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E-makers meets: parla Andrea Venturelli

Nuovo appuntamento con le video-interviste e-makers meets ai professionisti del lavoro e dell’innovazione. Andrea Venturelli è un content creator e ci parlerà di creatività, applicata a video e podcast

Fare rete, confrontarsi, imparare e conoscere gli altri, stupirsi e stimolarsi. Ecco perché nasce e-makers meets.

Nel 2008 all’età di 15 anni, Andrea Venturelli ha aperto un canale YouTube che ha totalizzato 10 milioni di views. Sono passati dodici anni e ora video e social media sono diventati il suo lavoro.

Content Designer specializzato nella produzione di contenuti per i Social Media, Andrea collabora con Start-up, Agenzie Creative e Brand Internazionali come: Adidas e Alitalia, American Express e Aperol Spritz, Armani e Barilla. Ancora BMW e Campari, Corona, Etro, Footlocker EU, Hewlett-Packard, L’Oreal, McArthurGlen, Peroni, Pandora, SKY, Universal Music Italia e Vodafone.

Da settembre 2018 conduce ogni settimana il Podcast “Studio” per ispirare le persone a creare un impatto positivo nel mondo attraverso la loro creatività. Molti sono stati gli ospiti del “salotto azzurro” condotto da Andrea, dal divulgatore scientifico Massimo Temporelli a Marcello Ascani, da Germano Lanzoni de “il Milanese Imbruttito” a Luca Cresi Ferrari (Marketers). I risultati sono stati davvero notevoli: +350k views su YouTube e +40k downloads su Spotify e Apple Podcast.

La prima volta volta che abbiamo ascoltato il Podcast Studio ne abbiamo apprezzato sicuramente la qualità eccellente, sotto tanti punti di vista: la scelta della musica, il suono della voce e la ricercatezza degli ospiti che arricchiscono le persone di ottimi contenuti e utili suggerimenti.

Tra dicembre 2018 e febbraio 2019 è stato anche Content Creator di uno dei portali di tecnologia più seguiti : HD Blog, trattando temi quali dipendenza da smartphone e obsolescenza programmata.

La video-intervista

Guarda le altre interviste a Massimo Temporelli Elio Palumbieri e a Toni Augello

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E-makers meets: parla Toni Augello

Nuovo appuntamento con le video-interviste e-makers meets ai professionisti del lavoro e dell’innovazione. Toni Augello è un digital strategist e ci parlerà della digital transformation nel lavoro, legato allo smartworking e agli spazi di coworking

Fare rete, confrontarsi, imparare e conoscere gli altri, stupirsi e stimolarsi. 

1,2,3! Siamo alla terza intervista: questa volta vi presentiamo Toni Augello. Web marketing manager & digital strategist per enti, associazioni ed imprese, Toni è docente di digital storytelling presso Dot academy a Milano e gli ITS della Regione Puglia. Nel 2016 ha fondato la web school InnovAttiva, per formare le nuove figure professionali legate al web. La scuola si è trasformata ben presto in un’agenzia di web marketing. Per Puglia Expò svolge il ruolo di social media manager, trovando del tempo anche per scrivere su Amazing Puglia.

Toni Augello, digital strategist, proviene da una formazione in un altro campo di studi. Dottore in giurisprudenza, abilitato alla professione forense, si è specializzato tra il 2014 ed il 2015 in gestione delle risorse umane, innovazione organizzativa e welfare aziendale, con il corso di Specializzazione di Italia Lavoro presso l’Assessorato al Welfare della Regione Puglia.

Appassionato di processi socio-culturali, è esperto nella gestione di strategie di team work e coworking. Dal 2010 è cultural manager dei Laboratori Urbani Artefacendo di San Giovanni Rotondo, project manager del laboratorio di start-up “Missione Futuro”, della call for mapping per cervelli in fuga “Capitanata Chiama” e del laboratorio enogastronomico “Colto e mangiato”. Nel 2019 ha fondato il Coworking Artefacendo.

La video-intervista

Guarda le altre interviste a Massimo Temporelli e a Elio Palumbieri

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E-makers meets: parla l’Avvocato Elio Palumbieri

Nuovo appuntamento con le video-interviste e-makers meets ai professionisti del lavoro e dell’innovazione. L’avvocato Elio Palumbieri ci parlerà delle ultime novità tecnologiche nel settore dell’agrifood

Fare rete, confrontarsi, imparare e conoscere gli altri, stupirsi e stimolarsi. 

Startup dell’agrifood, innovazioni nella produzione agroalimentare, blockchain per tracciare i prodotti, differenze tra e-commerce e marketplace. Sono questi i temi trattati durante l’intervista dall’esperto Elio Palumbieri, per e-makers. Lui che nella vita si occupa di diritto agroalimentare.

Tra i fondatori dello Studio SAFEGreen con sede a Roma, Milano, Bari e Trento, è avvocato presso la Law Boutique Palumbieri e presidente della Scuola di Alta Formazione Agroalimentare. Interessato al mondo del diritto agrolimentare sin dai primi studi universitari, ha scelto questa specializzazione per passione. Ama contaminare la passione per il mondo del cibo con quella per l’imprenditorialità nel settore del food, cercando continuamente nuove soluzioni giuridiche ai problemi di sempre: etichettatura, igiene e sicurezza, trasporto, comunicazione del prodotto, commercializzazione e internazionalizzazione.

Oggi cerca di diffondere l’idea del “Giurista di Filiera Agroalimentare“, anche tramite corsi appositamente organizzati e pubblicazioni, tenendo seminari e convegni tra cui si segnalano il seminario “etichettatura del prodotto alimentare” presso il Balab – Università di Bari e il seminario “The relationship between food culture and food law” presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Ma non solo, insieme ad avvocati del foro di Bari e di Trento ho fondato l’APS “Alta Formazione Agroalimentare” per il quale insegna foodlaw nel team interdisciplinare di 19 docenti provenienti da diverse zone d’Italia.

Particolarmente attento alla comunicazione in ambito giuridico, ha collaborato con riviste come Agrinews e Close-Up Engineering. A febbraio 2020 ho pubblicato il volume “Riqualificare le filiere agroalimentari“, scritto insieme agli Avvocati Felice e Zortea per Wolters Kluwer.

La video-intervista

guarda la prima intervista a Massimo Temporelli

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E-makers meets: parla il Fisico Massimo Temporelli

E-makers presenta il nuovo format di video-interviste a professionisti del mondo digital e dell’innovazione tecnologica: partiamo da Massimo Temporelli.

Fare rete, confrontarsi, imparare e conoscere gli altri, stupirsi e stimolarsi. Ecco perché nasce un nuovo format: “e-makers meets” non potevamo che iniziare con il botto! Con grande piacere abbiamo intervistato uno dei massimi esperti di Tecnologia e Innovazione del nostro paese, Massimo Temporelli!

Fisico, divulgatore scientifico, presidente e co-founder di “The FabLab”, dal 2013 dirige la collana scientifica Microscopi (Hoepli). Si occupa di antropologia e tecnologia, adora la società e l’evoluzione della specie.
Ha partecipato come speaker ai TEDx di Firenze e di Torino, possiamo seguirlo su Amazon TV con X-Makers, su Rai Scuola Memex (2016), su Rai Due Detto Fatto (2017) o su Rai Scuola ToolBox (2019). E possiamo anche ascoltarlo nel suo appassionato podcast F***ing Genius.
Per leggerlo ecco i suoi ultimi libri: Innovatori! (2016), 4 punto 0 (2017)e Leonardo Primo Designer (2019), tutti pubblicati da Hoepli.

In questo primo appuntamento con “e-makers meets” abbiamo discusso su vari temi tra cui rivoluzioni antropologiche e sociali, L’importanza della tecnologia per l’animale uomo, vera arma per “difendersi” ed evolversi in natura e come le nuove tecnologie vanno pari passo all’evoluzione di noi Homo Sapiens.

Si pone l’attenzione anche su un tema vicinissimo a Temporelli: la Stampa 3D, la conversione dell’artigianato tradizionale in quello digitale, conversione dell’atomo in byte.

C’è stato modo di poter discutere anche dei Fab Lab, del loro altissimo potenziale in ambito imprenditoriale, didattico e del fondamentale impatto in termini di ecosostenibilità. Della possibilità infinite dell’industria 4.0 che aumenta le possibilità di innovazione che emerge dall’incontro virtuoso di più forze, strettamente interconnesse. Non è sufficiente adottare un nuova tecnologia o sperimentare un nuovo modello di revenue per produrre innovazione. Occorre che le forze congiunte coesistano e concorrano a trasformare profondamente la struttura dei nuovi luoghi di lavoro.

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Coronavirus, a Singapore un cane robot per il distanziamento sociale

Si chiama Spot il cane robot usato nella lotta contro il coronavirus, per far rispettare il distanziamento sociale a Singapore. Questo è il futuro?

Singapore – Avanguardia a Singapore: un cane robot trasmette un messaggio registrato per ricordare alle persone di mantenere la distanza di sicurezza. Ma non solo: il suo sistema di videocamere servirà per scansione l’ambiente e calcolare il numero di persone che si radunano nei parchi. Le autorità locali spiegano che i video non verranno usati per il riconoscimento di singoli individui e che non saranno raccolti dati personali. La sperimentazione si svolgeranno in un parco cittadino durante gli orari non di punta e poi si valuta se utilizzare i robot in altre aeree.

Il robot non abbaia, ma dal suo corpo metallico che avanza sferragliando, ripete (con voce femminile) le regole del lockdown per il bene di tutti. Perché anche Singapore, elogiata durante l’emergenza, invidiata e presa a modello per la sua capacità di contenere la diffusione del coronavirus, ha dovuto adottare misure di lockdown che dureranno fino all’1 giugno.

Pochi giorni fa, la Government Technology Agency (GovTech) ha reso note le generalità di un robot che si aggira nel parco Bishan-Ang Mo Kio. Si tratta di Spot, dalle sembianze di un cane, capace di orientarsi perfettamente e ricordare, tramite un messaggio vocale, quanto sia importante mantenere le distanze di sicurezza. In prova da due settimane, questa versione di Spot è stata programmata per fronteggiare l’emergenza Covid-19.

Le caratteristiche di Spot

Ovviamente Spot, prodotto dalla Boston Dynamics, sa fare molto di più: oltre a ripetere dei messaggi vocali, il robot dispone di numerosi sensori e videocamere che permettono di inquadrare l’ambiente e fare delle stime sul numero di persone presenti in un determinato luogo, segnalando alla polizia eventuali assembramenti.

E se tutto ciò potrebbe creare un problema di privacy, il National Parks Board (NParks) di Singapore afferma che non saranno raccolti dati né saranno utilizzate le immagini per identificare le persone. Le modalità d’impiego del robot sono esplicitate nei cartelli alloggiati agli ingressi del parco. Tra le varie informazioni si richiede ai frequentatori dell’area verde di non disturbare Spot durante il suo lavoro. La scelta hi-tech potrebbe a breve sostituire gli addetti al pattugliamento dei parchi, con la conseguenza di “ridurre il rischio di esposizione al virus”. Per questo l’amministrazione locale sta valutando la possibilità di ampliare il progetto agli altri parchi di Singapore.

E noi lo vedremo mai in Italia? A Parco Sempione come a Villa Pamphili…

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1 Maggio: Festa degli Smart worker!

Festeggiamo una Festa del Lavoro anomala, in un momento in cui la maggior parte dei lavoratori italiani è in quarantena a casa. Una festa che potremmo dedicare alla forma di lavoro del momento, con l’intervista alla consulente aziendale Debora De Nuzzo

Buona Festa dei Lavoratori, di quelli in cassa integrazione, di quelli che il lavoro lo hanno perso o non l’hanno trovato, di quelli che hanno continuato a lavorare, di quelli che lo hanno fatto da casa in smart working, a causa del Coronavirus. Proprio lo smart working, vecchia e nuova pratica di lavoro, ha permesso al sistema Italia di mantenere la sua produttività e a molti lavoratori e aziende di proseguire le loro attività. Dando speranza e dignità. Perché il lavoro è questo: speranza, libertà, dignità. Quando c’è.

Debora De Nuzzo, consulente, progettista e formatrice aziendale, aiuta imprenditori, manager, lavoratori a migliorare loro stessi, i loro team e di conseguenza le performance e la produttività aziendale. Da Milano ha risposto alle nostre domande sullo smart working, analizzando la situazione italiana.

L’intervista

Introduciamo lo smart working, dove e quando nasce? E in Italia?

Lo smartworking è figlio del proprio tempo: nasce con l’evoluzione tecnologica e l’avvento della rete wifi. Dal momento in cui ci si è potuti connettere da ogni parte del mondo, le distanze si sono improvvisamente accorciate; le aziende hanno potuto pensare sistemi e modalità di lavoro più flessibili e innovative e le persone hanno potuto dedicarsi in maniera diversa sia al loro lavoro che al resto della loro vita.
Una vera rivoluzione arrivata ufficialmente da noi in Italia con una Legge specifica (Legge 81/2017) nel 2017.
Dico ufficialmente perché già prima di quella data diverse realtà aziendali si erano approcciate allo smartworking come pura necessità per lavorare meglio ed essere all’avanguardia sul mercato. Spero sia ormai risaputo che il successo del business passa anche attraverso il benessere delle persone che ci lavorano. E queste realtà sono state appunto pioniere in questo.
Poi dal 2017 si è rilevata la vera impennata dello smartworking nel nostro paese, come se avessimo avuto bisogno di una legge che regolamentasse e tutelasse lavoratori e aziende, per giustificare il nostro bisogno di lavorare in maniera differente dal solito.
Via via, fortunatamente, ci si è accorti che smartworking non voleva dire soltanto lavorare per qualche giorno al mese o alla settimana fuori dall’azienda, bensì iniziava a significare cambiamento organizzativo e culturale di intere organizzazioni a partire da una nuova visione aziendale fino a ricadere positivamente sui comportamenti più responsabili dei lavoratori e sugli stili di leadership di management e middlemanagement.
Da qui l’importanza della formazione di tutte queste figure al lavoro agile.
Per cui direi che in Italia, lo smartworking ha avuto una crescita graduale e sempre più profonda nei contenuti, fino a prima dell’emergenza Coronavirus.
Dico questo perché oggi, lo smartworking, nella situazione che stiamo vivendo, ha visto da un lato un’accelerazione pazzesca nel numero di persone che sono passate da un officeworking ad un homeworking che nella normalità avremmo forse visto tra 10 anni; dall’altro lato però chi è esperto di smartworking sa che quello che stiamo facendo in tanti, lavorando da casa, non è il vero smartworking. Abbiamo semplicemente portato a casa il computer o un telefono. La normativa ha permesso alle aziende di velocizzare questo processo snellendo le procedure burocratiche e i lavoratori stanno improvvisandosi homeworkers (anche se dicono di essere in smartworking), spesso senza essere stati educati e formati a questo modo di lavorare.
Passata l’emergenza si dovrà lavorare molto a diffondere, attraverso la formazione e le informative aziendali, il giusto approccio al lavoro agile: quello veramente in grado di incidere sulla produttività, sulla cultura aziendale del cambiamento e sul benessere delle persone. Non il come fare una call mentre i tuoi figli prendono d’assalto casa o partecipare a un webinar anziché entrare in una sala riunioni.

Il benessere dei lavoratori e il successo del business delle aziende come si concilia? Con lo smart working?

Partiamo dal fatto che lo smartworking, quello vero, permette alle persone di auto organizzarsi nel dove e quando lavorare, con più o meno libertà concordate con l’azienda.
Questo le porta da un lato a vivere il lavoro in maniera differente: più autonoma, più coinvolgente, più responsabile e dall’altro avere maggiori possibilità di vivere serenamente alcuni impegni o momenti quotidiani extralavorativi (casa, famiglia, ecc).
Si tratta di persone più serene nel gestire il loro work-life balance e lavoratori più impegnati su obiettivi precisi senza nessuna forma di controllo fisica diretta non necessaria (il capo che mi guarda e controlla in ufficio). In questi termini il successo del business si verifica su più fronti.
Prima di tutto nel fatto che persone più serene e appagate dal proprio lavoro, lavorano meglio, sono meno distratte e spesso lavorano anche di più fronteggiando in maniera più adeguata i momenti di stress.
Secondo aspetto, la responsabilizzazione dei lavorativi, che è elemento immancabile nello smartworking. Permette un alto coinvolgimento delle persone negli obiettivi aziendali e quindi una forte spinta nel raggiungerli sentendoli maggiormente propri.
Altro elemento che favorisce il successo del business, grazie allo smartworking, è dato da numeri oggettivi come il minor tasso di assenteismo, turnover, malattie da stress lavoro correlato.
Non dimentichiamo poi il successo che deriva da una buona immagine aziendale, interna ed esterna, che spesso viene diffusa dagli stessi lavoratori.
Tutti questi elementi di forza si riversano inevitabilmente sui successi economici delle aziende. Successi che potranno permettere nuovi e continui investimenti sulla produttività e sul benessere delle persone. Non dimentichiamo che lo smartworking è solo uno dei diversi strumenti e modi con cui promuovere il wellbeing in azienda.

Stiamo conoscendo i benefici dello smart working, ma chi favorisce: i
dipendenti o le aziende? Ci sono lati oscuri in questa pratica lavorativa che ancora non conosciamo?

Lo smartworking non favorisce, ma fa bene a tutti, lavoratori e aziende. Anzi fa bene anche all’ambiente. Permette un rapporto win win. Se qualcuno dovesse perdere, è perché non ha rispettato le regole del “gioco”.
I lati oscuri possono essere visibili in quelle realtà che adottano lo smartworking in maniera inadeguata come se fosse la moda del momento.
Adottare un piano di smartworking significa approcciare un cambiamento culturale e organizzativo profondo del modo di lavorare e va sviluppato in azienda attraverso un accompagnamento graduale di tutti i soggetti coinvolti.
Nessun progetto di successo è mai stato calato dall’alto sulle persone. Queste vanno coinvolte nei processi di cambiamento e devono sentirsi parte degli obiettivi per essere impegnate e partecipative.
Non si può pensare di avviare un buon progetto di smartworking, ad esempio, se non formo le persone a come prevenire gli eventuali rischi fuori dai locali aziendali o se non insegno loro come gestire il lavoro fuori sede; se non formo i manager a coordinare le attività da remoto e organizzare il lavoro per obiettivi e tanti altri elementi importanti e necessari.
Essenziale è innanzitutto la trasparenza nel motivare il perché della scelta di adottare modalità di lavoro agili. Se già questo, in partenza, non è chiaro, probabilmente lo smartworking non è ancora la modalità di lavoro ideale per quella realtà organizzativa.

Cosa possono fare lo Stato e le aziende per facilitare i lavoratori nello smartworking? Penso alle difficoltà riguardo le competenze e gli strumenti che anche i miei genitori hanno trovato per lavorare da casa

Formazione e supporto umano. Fornire tanta formazione alle persone per farle padroneggiare strumenti e modalità di lavoro. In questo momento ad esempio, credo che sarebbe stato utile innanzitutto spiegare meglio alle persone il vero significato dello smartworking dicendo loro che questa è una fase di improvvisazione necessaria ed emergenziale.
Parallelamente fornire momenti di formazione pratica in grado di dare risposte a reali difficoltà o a dubbi che possono cogliere di sorpresa le persone e rallentare così il lavoro e la produttività. Dubbi e mancanza di conoscenze su come fare o non fare delle attività lavorative o usare determinati strumenti possono far cadere i lavoratori in situazioni di incertezza, inadeguatezza e di conseguenza di stress non ben gestito.
Per questo, laddove non ci sia stato il tempo e il modo di preparare dei percorsi formativi mirati e strutturati per tutti, penserei al supporto umano diretto: una sorta di call center, sportello informativo virtuale aziendale a cui ogni lavoratore può rivolgersi per approfondire o avere chiarimenti e risposte a eventuali incertezze operative.

Competenze digitali e smart working sono alleate, ma in un paese come il nostro in cui la scuola manca di un vero insegnamento digitale come vede il futuro dello smart working e della tecnologia applicata al lavoro?

L’italiano è bravo ad applicarsi in emergenza per cui credo che quanto più questo periodo durerà, tanto più le nostre competenze digitali dovranno crescere.
Qualcuno oggi è ancora nella fase in cui pensa, sperando che presto tutto tornerà alla normalità, che non avrà bisogno di acquisire nuovi strumenti e nuove conoscenze. Ma la consapevolezza supererà la pigrizia e tutti ci muoveremo e ci attiveremo per rispondere a nuovi bisogni e necessità, come del resto abbiamo fatto già in altre esperienze con l’uso dei diversi dispositivi tecnologici per comunicare in tutti i contesti, o le piattaforme di corsi on line per formarci ecc.
Sono fiduciosa nel futuro dello smartworking: impareremo a conoscerlo sempre meglio e per il suo vero significato. Se pensiamo che fino a due mesi fa molti ancora non conoscevano il termine smartworking e oggi è una delle parole più ricercate su google, oltre ad essere tra gli argomenti più trattati non solo nel mondo del lavoro e delle organizzazioni. Non lo avremmo mai detto!
La tecnologia applicata al lavoro e all’insegnamento, se pensiamo anche alle scuole, sarà inevitabile, senza possibilità di scelta; non possiamo tornare indietro. Non possono permetterselo né le aziende, né il sistema scolastico. Anzi credo che in futuro la tecnologia sarà proprio il collante tra scuola e lavoro. L’insegnamento digitale scolastico potrebbe avere il suo seguito nella formazione ricevuta in azienda.
Probabilmente l’evoluzione sarà più rapida in alcuni contesti anziché altri, ma stiamo già dando prova di non volerci fermare.
Le emergenze fanno sentire inadeguati perché ci allontanano dalla nostra area di confort e dalla nostra routine, è ovvio, ma è dall’inadeguatezza che nascono i bisogni e di conseguenza le nuove soluzioni.

Con il tuo studio di consulenza siete un riferimento per la formazione agli smartworkers e loro dirigenti. Come si forma alla smart working?

Il mio studio si occupa di consulenza e formazione per il benessere a lavoro e tra i vari temi che trattiamo, lo smartworking rientra negli strumenti di diffusione di benessere organizzativo.
Già da prima della Legge sullo smartworking ci occupavamo di spiegare alle aziende come stavano evolvendo i modi di lavorare. All’epoca la legge era solo un disegno di legge. Dal 2017 abbiamo formalizzato la nostra formazione in tema di smartworking formando lavoratori e dirigenti di diverse aziende.
Premesso che il nostro modo di fare formazione è personalizzato sul cliente, proponiamo una formazione sullo smartworking che diffonda conoscenze di natura tecnico-normativa, organizzativa del lavoro che cambia e di salute e benessere per il lavoratore agile.
Per quanto riguarda la parte tecnico-normativa, presentiamo la legge sullo smartworking, la Policy, gli accordi e i regolamenti aziendali che le persone sono chiamate a firmare. In questo si dimostra totale trasparenza e chiarezza da parte delle aziende verso i propri collaboratori.
Nel modulo organizzativo rientra la formazione inerente gli strumenti tecnologici; organizzare il lavoro da remoto; come lavorare per obiettivi; comunicare in maniera efficace a distanza; come coordinare i collaboratori; come delegare attività da remoto.
La parte salute e benessere forma a: come scegliere luoghi di lavoro adeguati, sani e sicuri anche da un punto di vista della normativa sulla salute e sicurezza; gestire il proprio tempo; come prevenire stress, fatica mentale, distrazioni e comportamenti inadeguati; come prendersi cura di sé nelle giornate di lavoro agile e non solo: posture, alimentazione, pause, diritto alla disconnessione.
Cerchiamo attraverso una formazione al lavoro più agile di formare lavoratori e manager a stili di vita e di lavoro più sani. Anche questa è un’opportunità che ci offre lo smartworking.

Cos’è il Lavoro possibile? Tema del tuo primo libro del 2015

Il lavoro possibile è il mio primo libro uscito nel 2015 in cui cerco di spiegare come, a mio avviso, è possibile creare ambienti di lavoro sani e sicuri in cui le persone possano sentirsi bene, appagate e felici.
Filo conduttore di tutto il libro è che il benessere delle persone e il successo e i profitti aziendali possono essere in perfetto equilibrio. Quello che propongo è un metodo progettuale degli spazi di lavoro e organizzativo di persone e attività per raggiungere appunto tale risultato. Oltre alla presentazione del metodo, all’interno del libro sono presenti 9 casi studi di aziende che a mio avviso erano (già nel 2015) sulla buon strada per creare ambienti di lavoro esemplari, da cui trarne aneddoti e farli diventare buone prassi.
Ci sono voluti un paio d’anni di scrittura e tanti incontri piacevoli di imprenditori e lavoratori dai quali ho imparato molto, oltre a diversi viaggi in giro per l’Italia.

Infine leviamoci un dubbio amletico: telelavoro e smart working sono la stessa cosa?

No, non sono la stessa cosa. Sia per come sono normate queste due modalità di lavoro, sia per come si organizzano.
In poche parole, il telelavoro esiste già da parecchi anni e prevede fondamentalmente che il lavoratore operi esclusivamente dal suo domicilio, domicilio che deve essere comunicato al datore di lavoro. Gli orari di lavoro sono vincolati agli orari previsti dal contratto.
Lo smartworking è una modalità di lavoro innovativa che permette all’operatore di scegliere il suo luogo di lavoro ideale, senza doverlo comunicare all’azienda e senza che sia necessariamente casa sua. Il lavoro in smartworking è possibile solo attraverso l’uso di strumenti tecnologici e si caratterizza per forte flessibilità, in modo particolare di orari e appunto luoghi. In smartworking viene lasciata al lavoratore ampia libertà di auto organizzarsi a patto che porti a termine gli obiettivi concordati entro le scadenze previste.

Leggi ancora sullo Smart working gli 8 consigli per lavorare e vivere bene a casa:

Per tutti gli altri articoli leggi il nostro blog: https://www.e-makers.it/blog/

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