fbpx
""/
News

Coronavirus, a Singapore un cane robot per il distanziamento sociale

Si chiama Spot il cane robot usato nella lotta contro il coronavirus, per far rispettare il distanziamento sociale a Singapore. Questo è il futuro?

Singapore – Avanguardia a Singapore: un cane robot trasmette un messaggio registrato per ricordare alle persone di mantenere la distanza di sicurezza. Ma non solo: il suo sistema di videocamere servirà per scansione l’ambiente e calcolare il numero di persone che si radunano nei parchi. Le autorità locali spiegano che i video non verranno usati per il riconoscimento di singoli individui e che non saranno raccolti dati personali. La sperimentazione si svolgeranno in un parco cittadino durante gli orari non di punta e poi si valuta se utilizzare i robot in altre aeree.

Il robot non abbaia, ma dal suo corpo metallico che avanza sferragliando, ripete (con voce femminile) le regole del lockdown per il bene di tutti. Perché anche Singapore, elogiata durante l’emergenza, invidiata e presa a modello per la sua capacità di contenere la diffusione del coronavirus, ha dovuto adottare misure di lockdown che dureranno fino all’1 giugno.

Pochi giorni fa, la Government Technology Agency (GovTech) ha reso note le generalità di un robot che si aggira nel parco Bishan-Ang Mo Kio. Si tratta di Spot, dalle sembianze di un cane, capace di orientarsi perfettamente e ricordare, tramite un messaggio vocale, quanto sia importante mantenere le distanze di sicurezza. In prova da due settimane, questa versione di Spot è stata programmata per fronteggiare l’emergenza Covid-19.

Le caratteristiche di Spot

Ovviamente Spot, prodotto dalla Boston Dynamics, sa fare molto di più: oltre a ripetere dei messaggi vocali, il robot dispone di numerosi sensori e videocamere che permettono di inquadrare l’ambiente e fare delle stime sul numero di persone presenti in un determinato luogo, segnalando alla polizia eventuali assembramenti.

E se tutto ciò potrebbe creare un problema di privacy, il National Parks Board (NParks) di Singapore afferma che non saranno raccolti dati né saranno utilizzate le immagini per identificare le persone. Le modalità d’impiego del robot sono esplicitate nei cartelli alloggiati agli ingressi del parco. Tra le varie informazioni si richiede ai frequentatori dell’area verde di non disturbare Spot durante il suo lavoro. La scelta hi-tech potrebbe a breve sostituire gli addetti al pattugliamento dei parchi, con la conseguenza di “ridurre il rischio di esposizione al virus”. Per questo l’amministrazione locale sta valutando la possibilità di ampliare il progetto agli altri parchi di Singapore.

E noi lo vedremo mai in Italia? A Parco Sempione come a Villa Pamphili…

Per altre notizie leggi i nostri articoli sul blog: https://www.e-makers.it/blog/

""/
News

1 Maggio: Festa degli Smart worker!

Festeggiamo una Festa del Lavoro anomala, in un momento in cui la maggior parte dei lavoratori italiani è in quarantena a casa. Una festa che potremmo dedicare alla forma di lavoro del momento, con l’intervista alla consulente aziendale Debora De Nuzzo

Buona Festa dei Lavoratori, di quelli in cassa integrazione, di quelli che il lavoro lo hanno perso o non l’hanno trovato, di quelli che hanno continuato a lavorare, di quelli che lo hanno fatto da casa in smart working, a causa del Coronavirus. Proprio lo smart working, vecchia e nuova pratica di lavoro, ha permesso al sistema Italia di mantenere la sua produttività e a molti lavoratori e aziende di proseguire le loro attività. Dando speranza e dignità. Perché il lavoro è questo: speranza, libertà, dignità. Quando c’è.

Debora De Nuzzo, consulente, progettista e formatrice aziendale, aiuta imprenditori, manager, lavoratori a migliorare loro stessi, i loro team e di conseguenza le performance e la produttività aziendale. Da Milano ha risposto alle nostre domande sullo smart working, analizzando la situazione italiana.

L’intervista

Introduciamo lo smart working, dove e quando nasce? E in Italia?

Lo smartworking è figlio del proprio tempo: nasce con l’evoluzione tecnologica e l’avvento della rete wifi. Dal momento in cui ci si è potuti connettere da ogni parte del mondo, le distanze si sono improvvisamente accorciate; le aziende hanno potuto pensare sistemi e modalità di lavoro più flessibili e innovative e le persone hanno potuto dedicarsi in maniera diversa sia al loro lavoro che al resto della loro vita.
Una vera rivoluzione arrivata ufficialmente da noi in Italia con una Legge specifica (Legge 81/2017) nel 2017.
Dico ufficialmente perché già prima di quella data diverse realtà aziendali si erano approcciate allo smartworking come pura necessità per lavorare meglio ed essere all’avanguardia sul mercato. Spero sia ormai risaputo che il successo del business passa anche attraverso il benessere delle persone che ci lavorano. E queste realtà sono state appunto pioniere in questo.
Poi dal 2017 si è rilevata la vera impennata dello smartworking nel nostro paese, come se avessimo avuto bisogno di una legge che regolamentasse e tutelasse lavoratori e aziende, per giustificare il nostro bisogno di lavorare in maniera differente dal solito.
Via via, fortunatamente, ci si è accorti che smartworking non voleva dire soltanto lavorare per qualche giorno al mese o alla settimana fuori dall’azienda, bensì iniziava a significare cambiamento organizzativo e culturale di intere organizzazioni a partire da una nuova visione aziendale fino a ricadere positivamente sui comportamenti più responsabili dei lavoratori e sugli stili di leadership di management e middlemanagement.
Da qui l’importanza della formazione di tutte queste figure al lavoro agile.
Per cui direi che in Italia, lo smartworking ha avuto una crescita graduale e sempre più profonda nei contenuti, fino a prima dell’emergenza Coronavirus.
Dico questo perché oggi, lo smartworking, nella situazione che stiamo vivendo, ha visto da un lato un’accelerazione pazzesca nel numero di persone che sono passate da un officeworking ad un homeworking che nella normalità avremmo forse visto tra 10 anni; dall’altro lato però chi è esperto di smartworking sa che quello che stiamo facendo in tanti, lavorando da casa, non è il vero smartworking. Abbiamo semplicemente portato a casa il computer o un telefono. La normativa ha permesso alle aziende di velocizzare questo processo snellendo le procedure burocratiche e i lavoratori stanno improvvisandosi homeworkers (anche se dicono di essere in smartworking), spesso senza essere stati educati e formati a questo modo di lavorare.
Passata l’emergenza si dovrà lavorare molto a diffondere, attraverso la formazione e le informative aziendali, il giusto approccio al lavoro agile: quello veramente in grado di incidere sulla produttività, sulla cultura aziendale del cambiamento e sul benessere delle persone. Non il come fare una call mentre i tuoi figli prendono d’assalto casa o partecipare a un webinar anziché entrare in una sala riunioni.

Il benessere dei lavoratori e il successo del business delle aziende come si concilia? Con lo smart working?

Partiamo dal fatto che lo smartworking, quello vero, permette alle persone di auto organizzarsi nel dove e quando lavorare, con più o meno libertà concordate con l’azienda.
Questo le porta da un lato a vivere il lavoro in maniera differente: più autonoma, più coinvolgente, più responsabile e dall’altro avere maggiori possibilità di vivere serenamente alcuni impegni o momenti quotidiani extralavorativi (casa, famiglia, ecc).
Si tratta di persone più serene nel gestire il loro work-life balance e lavoratori più impegnati su obiettivi precisi senza nessuna forma di controllo fisica diretta non necessaria (il capo che mi guarda e controlla in ufficio). In questi termini il successo del business si verifica su più fronti.
Prima di tutto nel fatto che persone più serene e appagate dal proprio lavoro, lavorano meglio, sono meno distratte e spesso lavorano anche di più fronteggiando in maniera più adeguata i momenti di stress.
Secondo aspetto, la responsabilizzazione dei lavorativi, che è elemento immancabile nello smartworking. Permette un alto coinvolgimento delle persone negli obiettivi aziendali e quindi una forte spinta nel raggiungerli sentendoli maggiormente propri.
Altro elemento che favorisce il successo del business, grazie allo smartworking, è dato da numeri oggettivi come il minor tasso di assenteismo, turnover, malattie da stress lavoro correlato.
Non dimentichiamo poi il successo che deriva da una buona immagine aziendale, interna ed esterna, che spesso viene diffusa dagli stessi lavoratori.
Tutti questi elementi di forza si riversano inevitabilmente sui successi economici delle aziende. Successi che potranno permettere nuovi e continui investimenti sulla produttività e sul benessere delle persone. Non dimentichiamo che lo smartworking è solo uno dei diversi strumenti e modi con cui promuovere il wellbeing in azienda.

Stiamo conoscendo i benefici dello smart working, ma chi favorisce: i
dipendenti o le aziende? Ci sono lati oscuri in questa pratica lavorativa che ancora non conosciamo?

Lo smartworking non favorisce, ma fa bene a tutti, lavoratori e aziende. Anzi fa bene anche all’ambiente. Permette un rapporto win win. Se qualcuno dovesse perdere, è perché non ha rispettato le regole del “gioco”.
I lati oscuri possono essere visibili in quelle realtà che adottano lo smartworking in maniera inadeguata come se fosse la moda del momento.
Adottare un piano di smartworking significa approcciare un cambiamento culturale e organizzativo profondo del modo di lavorare e va sviluppato in azienda attraverso un accompagnamento graduale di tutti i soggetti coinvolti.
Nessun progetto di successo è mai stato calato dall’alto sulle persone. Queste vanno coinvolte nei processi di cambiamento e devono sentirsi parte degli obiettivi per essere impegnate e partecipative.
Non si può pensare di avviare un buon progetto di smartworking, ad esempio, se non formo le persone a come prevenire gli eventuali rischi fuori dai locali aziendali o se non insegno loro come gestire il lavoro fuori sede; se non formo i manager a coordinare le attività da remoto e organizzare il lavoro per obiettivi e tanti altri elementi importanti e necessari.
Essenziale è innanzitutto la trasparenza nel motivare il perché della scelta di adottare modalità di lavoro agili. Se già questo, in partenza, non è chiaro, probabilmente lo smartworking non è ancora la modalità di lavoro ideale per quella realtà organizzativa.

Cosa possono fare lo Stato e le aziende per facilitare i lavoratori nello smartworking? Penso alle difficoltà riguardo le competenze e gli strumenti che anche i miei genitori hanno trovato per lavorare da casa

Formazione e supporto umano. Fornire tanta formazione alle persone per farle padroneggiare strumenti e modalità di lavoro. In questo momento ad esempio, credo che sarebbe stato utile innanzitutto spiegare meglio alle persone il vero significato dello smartworking dicendo loro che questa è una fase di improvvisazione necessaria ed emergenziale.
Parallelamente fornire momenti di formazione pratica in grado di dare risposte a reali difficoltà o a dubbi che possono cogliere di sorpresa le persone e rallentare così il lavoro e la produttività. Dubbi e mancanza di conoscenze su come fare o non fare delle attività lavorative o usare determinati strumenti possono far cadere i lavoratori in situazioni di incertezza, inadeguatezza e di conseguenza di stress non ben gestito.
Per questo, laddove non ci sia stato il tempo e il modo di preparare dei percorsi formativi mirati e strutturati per tutti, penserei al supporto umano diretto: una sorta di call center, sportello informativo virtuale aziendale a cui ogni lavoratore può rivolgersi per approfondire o avere chiarimenti e risposte a eventuali incertezze operative.

Competenze digitali e smart working sono alleate, ma in un paese come il nostro in cui la scuola manca di un vero insegnamento digitale come vede il futuro dello smart working e della tecnologia applicata al lavoro?

L’italiano è bravo ad applicarsi in emergenza per cui credo che quanto più questo periodo durerà, tanto più le nostre competenze digitali dovranno crescere.
Qualcuno oggi è ancora nella fase in cui pensa, sperando che presto tutto tornerà alla normalità, che non avrà bisogno di acquisire nuovi strumenti e nuove conoscenze. Ma la consapevolezza supererà la pigrizia e tutti ci muoveremo e ci attiveremo per rispondere a nuovi bisogni e necessità, come del resto abbiamo fatto già in altre esperienze con l’uso dei diversi dispositivi tecnologici per comunicare in tutti i contesti, o le piattaforme di corsi on line per formarci ecc.
Sono fiduciosa nel futuro dello smartworking: impareremo a conoscerlo sempre meglio e per il suo vero significato. Se pensiamo che fino a due mesi fa molti ancora non conoscevano il termine smartworking e oggi è una delle parole più ricercate su google, oltre ad essere tra gli argomenti più trattati non solo nel mondo del lavoro e delle organizzazioni. Non lo avremmo mai detto!
La tecnologia applicata al lavoro e all’insegnamento, se pensiamo anche alle scuole, sarà inevitabile, senza possibilità di scelta; non possiamo tornare indietro. Non possono permetterselo né le aziende, né il sistema scolastico. Anzi credo che in futuro la tecnologia sarà proprio il collante tra scuola e lavoro. L’insegnamento digitale scolastico potrebbe avere il suo seguito nella formazione ricevuta in azienda.
Probabilmente l’evoluzione sarà più rapida in alcuni contesti anziché altri, ma stiamo già dando prova di non volerci fermare.
Le emergenze fanno sentire inadeguati perché ci allontanano dalla nostra area di confort e dalla nostra routine, è ovvio, ma è dall’inadeguatezza che nascono i bisogni e di conseguenza le nuove soluzioni.

Con il tuo studio di consulenza siete un riferimento per la formazione agli smartworkers e loro dirigenti. Come si forma alla smart working?

Il mio studio si occupa di consulenza e formazione per il benessere a lavoro e tra i vari temi che trattiamo, lo smartworking rientra negli strumenti di diffusione di benessere organizzativo.
Già da prima della Legge sullo smartworking ci occupavamo di spiegare alle aziende come stavano evolvendo i modi di lavorare. All’epoca la legge era solo un disegno di legge. Dal 2017 abbiamo formalizzato la nostra formazione in tema di smartworking formando lavoratori e dirigenti di diverse aziende.
Premesso che il nostro modo di fare formazione è personalizzato sul cliente, proponiamo una formazione sullo smartworking che diffonda conoscenze di natura tecnico-normativa, organizzativa del lavoro che cambia e di salute e benessere per il lavoratore agile.
Per quanto riguarda la parte tecnico-normativa, presentiamo la legge sullo smartworking, la Policy, gli accordi e i regolamenti aziendali che le persone sono chiamate a firmare. In questo si dimostra totale trasparenza e chiarezza da parte delle aziende verso i propri collaboratori.
Nel modulo organizzativo rientra la formazione inerente gli strumenti tecnologici; organizzare il lavoro da remoto; come lavorare per obiettivi; comunicare in maniera efficace a distanza; come coordinare i collaboratori; come delegare attività da remoto.
La parte salute e benessere forma a: come scegliere luoghi di lavoro adeguati, sani e sicuri anche da un punto di vista della normativa sulla salute e sicurezza; gestire il proprio tempo; come prevenire stress, fatica mentale, distrazioni e comportamenti inadeguati; come prendersi cura di sé nelle giornate di lavoro agile e non solo: posture, alimentazione, pause, diritto alla disconnessione.
Cerchiamo attraverso una formazione al lavoro più agile di formare lavoratori e manager a stili di vita e di lavoro più sani. Anche questa è un’opportunità che ci offre lo smartworking.

Cos’è il Lavoro possibile? Tema del tuo primo libro del 2015

Il lavoro possibile è il mio primo libro uscito nel 2015 in cui cerco di spiegare come, a mio avviso, è possibile creare ambienti di lavoro sani e sicuri in cui le persone possano sentirsi bene, appagate e felici.
Filo conduttore di tutto il libro è che il benessere delle persone e il successo e i profitti aziendali possono essere in perfetto equilibrio. Quello che propongo è un metodo progettuale degli spazi di lavoro e organizzativo di persone e attività per raggiungere appunto tale risultato. Oltre alla presentazione del metodo, all’interno del libro sono presenti 9 casi studi di aziende che a mio avviso erano (già nel 2015) sulla buon strada per creare ambienti di lavoro esemplari, da cui trarne aneddoti e farli diventare buone prassi.
Ci sono voluti un paio d’anni di scrittura e tanti incontri piacevoli di imprenditori e lavoratori dai quali ho imparato molto, oltre a diversi viaggi in giro per l’Italia.

Infine leviamoci un dubbio amletico: telelavoro e smart working sono la stessa cosa?

No, non sono la stessa cosa. Sia per come sono normate queste due modalità di lavoro, sia per come si organizzano.
In poche parole, il telelavoro esiste già da parecchi anni e prevede fondamentalmente che il lavoratore operi esclusivamente dal suo domicilio, domicilio che deve essere comunicato al datore di lavoro. Gli orari di lavoro sono vincolati agli orari previsti dal contratto.
Lo smartworking è una modalità di lavoro innovativa che permette all’operatore di scegliere il suo luogo di lavoro ideale, senza doverlo comunicare all’azienda e senza che sia necessariamente casa sua. Il lavoro in smartworking è possibile solo attraverso l’uso di strumenti tecnologici e si caratterizza per forte flessibilità, in modo particolare di orari e appunto luoghi. In smartworking viene lasciata al lavoratore ampia libertà di auto organizzarsi a patto che porti a termine gli obiettivi concordati entro le scadenze previste.

Leggi ancora sullo Smart working gli 8 consigli per lavorare e vivere bene a casa:

Per tutti gli altri articoli leggi il nostro blog: https://www.e-makers.it/blog/

"Messenger
News

Facebook sfida Zoom: nasce Messenger Rooms

Il colosso dei social network propone un servizio gratuito che prevede videocall fino a 50 utenti senza limiti di tempo

La risposta di Facebook non si è fatta attendere, l’esplosione delle videochat in quarantena ha generato grande interesse, così è stata annunciata una nuova funzionalità che consente agli utenti di chattare in video con un massimo di 50 persone. Una sfida diretta alle app di videoconferenza Zoom e Houseparty, che hanno visto il loro uso salire alle stelle durante la pandemia di coronavirus.

Messenger Rooms e le altre piattaforme

Messenger Rooms consente agli utenti di invitare fino a 50 persone, anche quelle senza account Facebook, in video chat room pubbliche e private gratuitamente e senza limiti di tempo. Facebook ha affermato che la funzionalità verrà distribuita ad alcuni utenti venerdì e si espanderà nel resto del mondo nelle prossime settimane.

Zoom è una splendida piattaforma, ne abbiamo parlato qualche settimana fa, anche attraverso dei video tutorial. Consente chat video di 100 persone, ma purtroppo ha un limite di tempo di 40 minuti per quanto riguarda gli account gratuiti; Houseparty invece può ospitare fino a otto persone. Facebook ha sottolineato che la persona che crea la call controllerà chi può unirsi e se le persone nuove possano collegarsi a tutti.

In passato Facebook è stata messa sotto accusa per aver clonato le funzionalità della concorrenza e averle integrate nella sua app, in particolare dopo il lancio delle storie di Snapchat su Facebook e Instagram. La società stava persino lavorando a un’app di video chat di gruppo autonoma, come Houseparty, fino alla chiusura del progetto l’anno scorso.

Il coronavirus ha costretto le persone a fare affidamento sugli strumenti di videoconferenza per lavoro, istruzione e comunicazione con gli amici; e Zoom e Houseparty sono diventati punti di riferimento. Gli utenti attivi per giorno di Zoom sono saliti alle stelle da 10 milioni a oltre 200 milioni in soli due mesi. Anche Houseparty ha visto aumentare gli utenti.

Nuovi aggiornamenti

1. Facebook ha anche annunciato una serie di nuove funzionalità video, tra cui la possibilità di guardare Instagram Live su desktop, di effettuare videochiamate su Facebook Dating e di portare il numero di utenti in videochiamata su WhatsApp da quattro a otto.

2. Torna “LIVE WITH” la possibilità di aggiungere nativamente un’altra persona alla live.

3. Possibilità di etichettare gli Eventi Facebook come eventi online e a breve integrazione con Facebook Live. Non solo, a breve Facebook implementerà la possibilità di fare eventi con video live a pagamento, per supportare le piccole attività.

4. Accesso semplificato alle live: se hai la connessione debole, a breve potrai ascoltare solo l’audio delle live e molti video fatti in tempo reale ora sono pubblici, da vedere anche se non hai un account Facebook.

Se vuoi scoprire altri articoli interessanti : https://www.e-makers.it/blog/

"8
News

Smart Working e COVID-19 : 8 consigli per lavorare e vivere bene a casa

Boom per lo smart working in quarantena, ma siamo davvero pronti a questo cambiamento? Ecco 8 suggerimenti per gestirci meglio.

C’è stato un prima e dopo Coronavirus. Nella sanità, nell’economia, nella società, per qualsiasi cosa. Uno spartiacque anche nel mondo del lavoro. Fino a poco tempo fa, chi faceva smart working era un’esigua minoranza: 570mila lavoratori, su 23 milioni di occupati in Italia; il 16% nella pubblica amministrazione.

Smart Working

Ma ora tutto è cambiato: lavoriamo da casa, in smart working. Ma noi lavoratori siamo pronti? E come possiamo vivere in equilibrio questa nuova dimensione dove in un unico ambiente dobbiamo unire vita lavorativa e familiare? Il Financial Times ha scritto: «È semplicemente gestibile ma nonostante la meravigliosa retorica sul poter lavorare ovunque ed essere agili, questa crisi ha portato alla luce una serie di sfide inaspettate». I datori di lavoro ad esempio si sono trovati all’improvviso a dover potenziare la fiducia nei confronti dei dipendenti. Ma anche i lavoratori, a loro volta possono dimostrare che la produttività non solo resta invariata ma può anche migliorare.
Per gestire meglio questa nuova sfida abbiamo raccolto otto consigli pratici su come affrontare il lavoro da casa in tempo di Coronavirus.

1. Adattarsi al cambiamento
Il nostro cervello ha bisogno di adattarsi al cambiamento. Prima di tutto dobbiamo essere accoglienti nei nostri confronti, la routine quotidiana è stata stravolta ma prima di rimodularla, dobbiamo essere centrati su questo nuovo status. Fatto questo, dal punto di vista organizzativo, dobbiamo ripristinare delle abitudini.

2. Ripristinare le abitudini
Se è vero che siamo a casa e siamo abituati a vivere l’ambiente casalingo con qualcosa che non ha nulla a che fare con il lavoro, il modo migliore per ripristinare le abitudini è rimettere in pista il concetto di vita settimanale e weekend. Quindi orari e giorni stabiliti da dedicare al lavoro. È vero, se avete figli, non uscirete più di casa per accompagnare i bambini a scuola, ma la cosa più importante è darsi delle regole. Se prima mi alzavo alle 7 tornerò ad alzarmi alle 7 o al massimo alle 7.30 perché questo mi aiuta a ricollegarmi alla mia vita di prima. Se prima facevamo colazione tutti insieme, continuiamo a farlo. Vestiamoci come se dovessimo andare a lavoro. No alla tuta, a meno che non si era già abituati. Dopodiché c’è la gestione del tempo.

3. La gestione del tempo
Quando in casa ci sono dei figli, trovare il proprio spazio per lavorare è sempre complicato. Tanto più se gli spazi sono ridotti. Non importa, dovete trovare un punto in cui ricreare l’ambiente d’ufficio. È fondamentale ritagliarsi spazi e tempi che siano solo individuali. Non tutte le attività vanno condivise con le persone che vivono con noi. Creare spazi con dei confini è necessario per essere efficaci. Se sto facendo qualcosa che ha a che fare con l’ufficio per cui non posso essere interrotto, posso disegnare un cartone di divieto e spiegare ai bambini che quando c’è il cartello appeso, non devono interrompere. Ovviamente, nel frattempo, devo aver organizzato anche il loro tempo. Pure i bambini sono in difficoltà perché vivono la casa diversamente da come l’hanno sempre vissuta, alcuni di loro fanno digital learning e anche in questo caso vanno predisposti gli ambienti.

4.Il senso di comunità
Il caffè alla macchinetta, la battuta con il collega, anche quello più rumoroso. In questi giorni manca quel senso di comunità lavorativa a cui siamo tutti abituati e che abbiamo sempre dato per scontato. Oggi lavoriamo a casa da soli e per chi è senza figli, può vivere questa situazione con grande senso di isolamento. Recuperate questo vuoto fisico con una telefonata, meglio ancora in video in cui veramente vi prendete il caffè con il collega davanti alla webcam. Continuate ad avere momenti di socialità e momenti in cui vi confrontate su questioni di lavoro. Per chi è solo e non riesce a regolare il volume di alcune emozioni come l’angoscia si consiglia di utilizzare tutti gli strumenti che la tecnologia mette a disposizione: skype, facetime, per sentirsi, videochiamarsi, tornare ad essere importanti, senza la vergogna di chiamare anche persone che non sentite da tempo.

5.Nuove abitudini
Se prima, dopo il lavoro, avevate l’abitudine di andare con i colleghi a fare un aperitivo, organizzate gli aperitivi social. Molti lo stanno già facendo e a una certa ora si vedono tutti online per bere e chiacchierare insieme. Se in casa vi sentite oppressi e soffrite di claustrofobia, dedicate del tempo a qualcosa di terapeutico. Manutenzione della casa, la lettura, la musica aiutano a far sentire meno quel senso di oppressione. Chi ha la fortuna di vivere in una casa con giardino o cortile, scenda di tanto in tanto per prendere una boccata d’aria. Usate i terrazzi condominiali, sempre rispettando le distanze con gli altri condomini, se ce ne sono.

6.La progettualità
È fondamentale ritrovare la propria progettualità. Perché un altro fattore che crea nervosismo in casa in questi giorni è la paura e il disorientamento che stiamo vivendo. Non abbiamo un orizzonte molto chiaro, viviamo giorno per giorno. È un’incertezza che ci toglie il senso di quello che stiamo facendo perché ci manca il senso dell’obiettivo. Ma questo è un meccanismo che toglie il senso a ciò che facciamo, ci toglie energia, propulsione a fare. Per contrastare tutto ciò dobbiamo trovare nuove micce, ad esempio mettere insieme la propria capacità creativa con quella dei colleghi che può diventare un volano positivo di contaminazione. Sono pochissime ad esempio le aziende che avevano introdotto un sistema di smart working prima di questa ondata e al massimo per 1-2 giorni a settimana. Alcune aziende avevano una cultura completamente refrattaria al tema. Datevi degli obiettivi, non solo di risultato ma personali. Valorizzate il vostro talento e trasformate la situazione in un’opportunità.

7. Il rapporto con i dati e l’emergenza
È una questione di igiene mentale: tutte le informazioni che ci arrivano in queste ore e che riguardano il numero di contagi e le vittime vanno a intasare il nostro cervello. Non state in continuazione con il telefono in mano, il nostro cervello è come un computer e stiamo occupando tutta la memoria perché restiamo perennemente collegati a questa notizia. È utile? A cosa ci serve seguire minuto per minuto? Programmiamoci la giornata con delle abitudini sane e decidiamo quante volte al giorno aggiornarci sulla situazione del Paese.

8. I gruppi whatsapp
Se fate parte di gruppi whatsapp, stabilite i momenti delle giornata in cui dedicarvi alla lettura dei messaggi. Altrimenti avrete la sensazione che il vostro tempo non vi appartiene più. Continuare a inserire notizie negative nel vostro cervello mandate da amici, colleghi, conoscenti, parenti, abbassa l’umore e vi rende meno credibili anche agli occhi delle persone che vivono con voi se volete cercare di rassicurarli. È come se doveste fare una camminata in salita e ogni mezz’ora vi attaccate un peso ai piedi da trascinare. Non fatelo. È fondamentale darsi delle regole in modo molto rigido. Scegliete ogni giorno le cose più funzionali e più importanti da fare. Senza pesi.

Se vuoi conoscere le migliori piattaforme per lo smart working leggi i nostri ultimi articoli : https://www.e-makers.it/blog/


""/
News

Covid-19: in Giappone gli studenti si diplomano su Minecraft !

Giappone : studenti si diplomano su Minecraft, L’emergenza Coronavirus ha determinato anche in nel paese del Sole Levante dei cambiamenti molto importanti nelle abitudini sociali e scolastiche, grazie al coding.

In Giappone l’anno scolastico si conclude a marzo e prende il via ad aprile, con un calendario dunque profondamente diverso da quello adottato sul territorio italiano. Ma esattamente come nella nostra penisola, anche il Sol Levante ha reagito all’emergenza Coronavirus/COVID-19 con misure eccezionali, tra le quali figura anche la chiusura temporanea degli istituti scolastici. Di conseguenza, molti studenti giapponesi vedranno annullate, o posticipate, le celebrazioni legate alla fine di uno specifico percorso di studio. Tra le categorie coinvolte troviamo ovviamente anche i giovanissimi studenti dell’ultimo anno di scuola elementare.

Alcuni di questi hanno tuttavia trovato un’interessante strada alternativa per organizzare comunque la cerimonia di assegnazione della licenza di scuola elementare. Radunatisi su Minecraft, hanno infatti dato vita a festeggiamenti virtuali, trascorrendo la giornata a creare e programmare l’ambientazione adatta all’evento. Una soluzione creativa e originale contro le problematiche portate dal Coronavirus, resa possibile dagli strumenti digitali e soprattutto dall’alfabetizzazione digitale. Sarebbe stato possibile nelle scuole elementari italiane?

Altre notizie su Minecraft

Restando all’interno dei confini dell’universo a cubetti, le problematiche sanitarie attuali hanno determinato il posticipo del Minecraft Festival, ora atteso per il 2021. Infine va segnalata un’iniziativa promossa da Reporter Senza Frontiere: l’ONG ha infatti costruito una enorme biblioteca in Minecraft come simbolo di contrasto alla censura.

I vantaggi di Minecraft

Grazie alla facilità di personalizzazione e l’accesso in condivisione di risorse create dalla comunità’ di insegnanti, è possibile trovare spunti d’interesse e creare nuovi elementi formativi, spaziando dall’arte alla matematica, dalla promozione ed incentivazione della collaborazione tra i ragazzi. Gli alunni potranno raggiungere obiettivi comuni ottimizzando le poche risorse disponibili fino ad arrivare ad affrontare tematiche delicate come il cyberbullismo.

Continua a visitare il nostro blog : https://www.e-makers.it/blog/

""/
News

Coronavirus: makers stampano valvole respiratorie per l’ospedale di Chiari

La comunità dei creativi digitali, amanti della tecnologia fai-da-te, accorre per aiutare a produrre le valvole respiratorie andate esaurite a Chiari

Salvare vite umane con una stampante 3D. Con l’uso della tecnologia, due bresciani, Cristian Fracassi e Massimo Temporelli, con l’aiuto di molti altri, hanno prodotto gratuitamente le valvole di respirazione andate esaurite all’ospedale di Chiari, in provincia di Brescia.

Raccontata dal Giornale di Brescia, la notizia ha fatto il giro del mondo, grazie anche agli articoli pubblicati da testate come Bbc e New York Times. Il ministro dell’Innovazione Paola Pisano su Twitter ha fatto i complimenti ai due imprenditori, per un gesto umano straordinario, unito ad una grande consapevolezza imprenditoriale e tecnologica.

Il quotidiano bresciano ha raccontato che è stato Massimo Temporelli, fisico, imprenditore e divulgatore scientifico ad attivare “la rete dei makers dei FabLab”, cercando di stampare quel pezzo 3D in loco. Hanno prodotto le valvole molto velocemente, anche se bypassando alcune procedure come la certificazione e il marchio Ce. Temporelli, responsabile del The Fab Lab, ha spiegato che «in questo momento di emergenza non ci sono alternative. Si sono rotte delle regole, come la proprietà intellettuale, che dal punto di vista scientifico, industriale e legislativo in un periodo normale sono sacrosante. Ora però queste regole passano in secondo piano perché prioritario è salvare vite».

Makers in prima linea

La ‘rete dei makers’ (c’è chi li chiama artigiani digitali) ancora una volta si dimostra determinante come leva della collaborazione tra gli appassionati di tecnologia fai-da-te, con in comune la passione di mettere in pratica i loro progetti.

A fare la differenza e ad aumentare il numero dei membri della community è stato l’arrivo della scheda Arduino, prodotta ad Ivrea, più facile e meno costosa per costruire prototipi, comprese le stampanti 3D. 

Massimo Banzi, co-fondatore di Arduino e ritenuto il “papà dei maker”, in questi giorni di permanenza obbligatoria a casa, ha chiamato a raccolta gli appassionati per il primo “#BarArduino“, evento in streaming su Youtube con la partecipazione di celebrità tra i creativi digitali e la presentazione di progetti di giovani maker. La prima puntata registrata di #BarArduino è disponibile sul canale YouTube di Arduino.

Fonti : Rai news e Giornale di Brescia.

Scopri di più sul nostro blog : https://www.e-makers.it/blog/

"Coding
News

Coding e pensiero computazionale, questi (quasi) conosciuti!

Perché dobbiamo introdurre il coding a scuola? Come agisce il pensiero computazionale? Bisogna formare studenti e insegnanti al futuro. Parola alla pedagogista Ilaria Pagliuca.

Torino – Sono laureata in Scienze Pedagogiche, insegno in una scuola primaria di Torino e il coding è diventato la mia passione! Una passione iniziata tra i banchi universitari che non ha mai smesso di entusiasmarmi e che, da allora, mi adopero perché sia applicato a scuola in orario scolastico. Il motivo? Perché fin da subito ho avuto l’intuizione di trovarmi di fronte ad un’applicazione molto efficace di principi pedagogici e didattici, riconducibili sostanzialmente alla didattica attiva. 

La scienziata informatica Jeannette Wing, oggi direttrice del Data Science Institute presso la Columbia University, in un breve ma seminale articolo del 2006, individua il pensiero computazionale come “quarta abilità di base”, oltre a leggere, scrivere e far di conto. Abilità che dovrebbe essere insegnata a tutti fin dalla scuola primaria, perché la sua acquisizione può migliorare il nostro modo di pensare e costituire un potente strumento di crescita personale. E il coding risulta essere, almeno per il momento, un campo privilegiato per la sua applicazione, per il suo insegnamento e apprendimento.

Come agisce il pensiero computazionale

Scopriamo perché: un informatico mette in atto una serie di strategie di pensiero e di problem solving per risolvere un problema (computazionale): analizza i dati; lo scompone in problemi più semplici; astrae liberandosi di dettagli inutili; prova a generalizzare la soluzione per risolvere una classe di problemi; sceglie il modo migliore di rappresentare i dati necessari; immagina un algoritmo che sia efficiente e rispettoso dei requisiti; scrive il codice in modo che sia sintetico, leggibile ed eseguibile dal calcolatore; testa e raffina il codice scritto. Sa che è molto difficile scrivere un programma “perfetto” al primo colpo; piuttosto procede col risolvere una parte del problema dato, poi risolvendone un’altra parte fino ad avere la soluzione del problema complessivo.

E in queste fasi di soluzione parziale procede per miglioramenti successivi andando in cerca di errori e correggendoli. Questo approccio può essere molto utile in numerosi ambiti della vita, non solo con il calcolatore, per liberarsi, ad esempio, dal perfezionismo, che è associato da molti psicologi con l’infelicità, focalizzandosi sul quadro generale piuttosto che sui dettagli, accettando gli errori e il fallimento come strumenti necessari per ottenere dei risultati, o per mettersi alla prova con problemi sfidanti. 

Introdurre il coding a scuola

Si intuisce allora il valore che l’introduzione di tale pensiero può avere per la formazione degli individui nella società attuale fin dall’età scolare. Per cui, si rivela necessario ripensare e riprogettare l’insegnamento dell’Informatica a scuola: non più orientata al mero utilizzo di software educativi (che a volte ripropongono in chiave digitale una didattica tradizionale), o sull’uso di suite per ufficio, o sull’uso del computer come mezzo di fruizione di contenuti multimediali, ma ripensata come strumento per pensare e per imparare ad imparare

Per citare M. Resnick, sviluppatore di Scratch, quando siamo all’inizio del nostro percorso di apprendimento, imparare a leggere è il nostro obiettivo, ma poi, diventando fluenti, possiamo iniziare a leggere libri di geografia, storia, scienze, filosofia, eccetera. Stiamo allora “leggendo per imparare”. Con un processo del tutto analogo, si parte imparando a programmare, ma poi si programma per imparare. Un ragazzo che vuole realizzare un videogioco realistico con movimenti di oggetti nello spazio, dovrà prima o poi cimentarsi con gravità e leggi del moto. E potrà imparare queste cose perché, auspicabilmente, le ritiene necessarie per lui in quel momento; lo farà per prove ed errori, in modo attivo e costruttivo, ottenendo una comprensione profonda del problema e della sua soluzione, piuttosto che imparando a memoria una regola mnemonica scritta alla lavagna dall’insegnante. 

Perché “questi (quasi) conosciuti”?

Perché nonostante ci siano spinte sia dall’alto (vedi l’azione #17 prevista dal PNSD, presentato dal MIUR nel 2015, intitolata Portare il pensiero logico-computazionale a tutta la scuola primaria – un documento di indirizzo, che mette in campo azioni concrete da realizzare per portare a una vera innovazione digitale della scuola italiana) che dal basso (realtà di formazione extrascolastica quali i CoderDojo), il pensiero computazionale ed il coding faticano ancora ad inserirsi in maniera stabile nel curricolo scolastico, dei vari gradi scolastici o è persino lasciato alla buona volontà di qualche docente.

Eppure, la tecnologia è pervasivamente presente nel nostro mondo, lo smartphone è diventato un’estensione del nostro corpo, le lavagne sono diventate multimediali, automobili ed elettrodomestici espongono complesse interfacce computerizzate, eccetera. Paradossalmente, viviamo in una “società dell’informazione”, ma la consapevolezza e la conoscenza delle scienze e tecnologie informatiche, che ne permettono l’elaborazione, è ancora estremamente limitata.

Eppure, i compiti che la scuola ha sempre assolto e che anche oggi, in tempi di Mobile Revolution, dovrebbe assolvere sono quelli di trasmettere il patrimonio culturale e di formare per il futuro, trasferendo competenze di gestione della complessità e fornendo agli studenti le chiavi di accesso alla loro cultura. Così come a scuola si studiano italiano, scienze, storia, matematica, arte per capire il mondo che ci circonda, così dovrebbe essere per l’informatica: una scienza che ha così grande impatto sulla società. 

L’interpretazione di quali competenze siano utili e centrali al nostro tempo non può essere disconnessa dalla fase storica nella quale i nostri studenti crescono, ed è quindi in continua evoluzione, e le tecnologie digitali devono far parte dell’alfabetizzazione del nostro tempo, in quanto tra le principali competenze per una cittadinanza piena, attiva e formativa (la competenza digitale ritenuta “competenza chiave” nelle Raccomandazioni del Consiglio Europeo (2018/C 189/01).

Formare studenti e insegnanti al coding

Per cui occorre che le sviluppino tanto gli studenti che gli insegnanti. Per quanto riguarda i primi occorre superare l’equivoco secondo cui le generazioni che da qualche anno entrano nelle nostre scuole sono quelle dei “nativi digitali”, che non hanno bisogno di imparare ad usare (saggiamente) gli strumenti digitali, in quanto già capaci dalla nascita. Nulla di più fuorviante e immobilizzante per noi educatori/insegnanti: sebbene sia innegabile che i ragazzi siano abili ad utilizzare le nuove tecnologie (perché onnipresenti nel loro mondo e perché le interfacce sono sempre più facili e intuitive), ciò non significa che tale uso sia anche supportato da reali competenze.

È la ricerca che ce lo dice: usare in senso intuitivo, superficiale e sommario, e usare sfruttando appieno le possibilità dello strumento sono cose molto diverse. Deve essere compito della scuola far crescere la loro competenza nell’ambito della padronanza delle grammatiche interne a tali strumenti. 

Emergenza sanitaria

Ma come può essere in grado la scuola di assolvere tale compito se non tutti gli insegnanti paiono attrezzati in tal senso? L’emergenza sanitaria del Coronavirus che stiamo vivendo ha palesato l’immagine di un sistema scolastico italiano in affanno perché non riesce a rispondere in modo unitario ed efficace alle esigenze di una didattica moderna e globale. Docenti che tra mille difficoltà si sforzano per educare, fornire lezioni a distanza, magari anche senza mezzi, procedure condivise o accreditate e senza un adeguato e consolidato rapporto di interazione con le differenti realtà socio-familiari, possono indirettamente mettere in atto connotazioni educative poco incisive e discriminanti. 

Ragion per cui, emerge la necessità di allestire nuovi scenari per l’organizzazione scolastica. A questo riguardo, quello delle competenze degli insegnanti, la ricerca dovrebbe (e molti esperti sono già attivi in tal senso) prevedere due scenari diversi: da una parte, occorre assicurare la prima alfabetizzazione dei “resistenti” (i tradizionalisti ad oltranza, che si ostinano a non aver bisogno del computer) o dei “neofiti” (quelli che “ci provano”, ma che sono privi di qualsiasi benché minima competenza).

Vanno immaginate strategie di accompagnamento di coloro che nella vita di tutti i giorni sono già “digitali” (perché usano media e tecnologie) perché pensino a come usi e competenze del loro tempo libero possano diventare anche uno strumento professionale in classe.  

“Il problema vero della scuola, oggi, non è né di rincorrere il futuro e gli esempi stranieri di scuola nella speranza di assistere a un cambiamento, né di arroccarsi in difesa della Tradizione rifiutando il nuovo: ciò su cui occorre discutere è […] l’incapacità di sintonizzazione socio-culturale della scuola rispetto all’oggi. Non riuscire a fare questo significa, per la scuola, non riuscire più a svolgere la funzione che da sempre ha svolto e, di conseguenza, non potere aver futuro.” (P.C. Rivoltella, 2013)

Ilaria Pagliuca, Pedagogista | Docente presso Scuola Primaria

Scopri chi siamo e le altre iniziative e-makers: https://www.e-makers.it/

""/
News

Solidarietà Digitale: simbolo di una nuova Italia

Il progetto del Ministero per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione sta combattendo contro l’emergenza COVID-19 per supportare smart working e didattica a distanza.

  • Con “Solidarietà Digitale”, imprese e associazioni hanno messo a disposizione servizi digitali gratuiti.
  • È possibile usufruire gratuitamente di servizi per lo smart working e la connettività fra utenti, ma anche di strumenti di informazione, di istruzione, intrattenimento ed e-learning
  • Multinazionali, startup e associazioni: tutti possono offrire la propria soluzione digitale

Così a inizio marzo il Ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, Paola Pisano, ha esteso a tutto il territorio nazionale l’iniziativa “Solidarietà Digitale”, organizzata con il supporto tecnico di AgID, per ridurre l’impatto sociale ed economico in questa Italia completamente “rossa”, attraverso l’offerta gratuita di soluzioni e servizi innovativi da parte delle imprese.

Per definizione con smart working si intende “una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa.”

In questi giorni lo smart working sta rappresentando una valida risposta alle necessità di molte aziende di poter continuare ad essere produttive e utili, seppur con la maggior parte dei propri dipendenti e collaboratori da remoto. Tuttavia il lavoro agile necessita, oltre che di strumenti digitali quali pc, tablet e smartphone, anche di piattaforme, software e risorse preziose di condivisione, utili per portare avanti da remoto tutte le attività aziendali: soprattutto di quelle imprese già proiettate nel vasto universo digitale. Ma purtroppo non tutte le aziende hanno a disposizione questi strumenti per rendere possibile lo smart working.

A questo punto entra in gioco Solidarietà Digitale: imprese e associazioni hanno messo a disposizione servizi gratuiti, al fine di poter dare il proprio contributo attraverso l’innovazione e la digitalizzazione.

Sul sito web sono offerti numerosi servizi di varia utilità, senza dimenticare piattaforme di gaming ed intrattenimento per i più giovani.

Noi di e-makers abbiamo aderito all’iniziativa Solidarietà Digitale, e abbiamo rilasciato delle guide semplici e utili sugli strumenti per la didattica a distanza. Eccole nei nostri ultimi due articoli:

Lo scopo dell’iniziativa è migliorare la vita di tutte le persone che stanno subendo un mutamento della propria quotidianità. Con i tool e i servizi a disposizione è possibile:

  • utilizzare piattaforme di smart working avanzate per pianificare il lavoro da remoto, condividere documenti e dati ed organizzare meeting
  • informarsi, senza uscire di casa, direttamente sul proprio smartphone o tablet attraverso gli abbonamenti digitali gratuiti ad alcune testate giornalistiche nazionali
  • studiare su piattaforme di e-learning, partecipare a lezioni virtuali, condividere materiali utili e gestire lavori di gruppo e verifiche per non rimanere indietro nei rispettivi percorsi di formazione scolastici
  • leggere un libro scegliendo fra le librerie virtuali a disposizione o vedere un film in famiglia su una piattaforma di video streaming on demand
  • usufruire di piani telefonici e di connessione.

Simbolo per una nuova Italia

La Digitalizzazione e l’innovazione possono rappresentare, soprattutto in un momento che sta mettendo a dura prova le vite di tutti e l’intero sistema paese, il simbolo di una nuova Italia, dell’Italia che sarà o che potrà essere nel futuro. Stiamo finalmente valorizzando i metodi tecnologici di condivisione e di connessione; con senso civico, responsabilità e consapevolezza. Dovremo ripartire da qui per essere ancora la nostra Italia unita e bellissima, e per metterci in discussione saltando sul treno della rivoluzione digitale che oggi più che mai porta al futuro.

www.e-makers.it

1 2
Privacy Settings
We use cookies to enhance your experience while using our website. If you are using our Services via a browser you can restrict, block or remove cookies through your web browser settings. We also use content and scripts from third parties that may use tracking technologies. You can selectively provide your consent below to allow such third party embeds. For complete information about the cookies we use, data we collect and how we process them, please check our Privacy Policy
Youtube
Consent to display content from Youtube
Vimeo
Consent to display content from Vimeo
Google Maps
Consent to display content from Google
Spotify
Consent to display content from Spotify
Sound Cloud
Consent to display content from Sound