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Scuola

Come il digitale può aiutare la didattica a distanza

Erica Lacerenza, Psicoterapeuta e Analista del Comportamento a Barletta, ha ragionato sulle sfide da non perdere per la scuola dopo l’esperienza della didattica a distanza

«La didattica a distanza a cui la scuola è stata in questo periodo indirizzata ha messo ancor di più in luce i limiti di una didattica non sempre all’altezza delle specificità, ma allo stesso tempo ha evidenziato l’importanza di strumenti digitali per favorire l’inclusione.

Spero che questo porti a maggiori riflessioni rispetto alla necessità di una maggiore formazione  degli insegnanti in questa direzione, non solo specificatamente tecnica ma anche concettuale.

Dobbiamo virare verso un nuovo modo di pensare e fare scuola. Non possiamo più permetterci di restare indietro. Il Covid 19, tra le altre cose, ci ha insegnato questo.

Una corretta consapevolezza della scuola stessa sulle potenzialità inclusive che gli strumenti digitali possono offrire agli studenti BES e, in particolare, agli alunni con disturbi specifici dell’apprendimento, garantirebbe le opportunità educative di cui lo stesso studente ha diritto, consentendogli di sviluppare tutte le proprie potenzialità in ambito scolastico e sociale.

Gli stessi strumenti digitali non devono essere appannaggio esclusivo dell’insegnante di sostegno ma anche delle insegnanti curriculari, entrando a pieno nella didattica.

I mediatori a cui è possibile ricorrere in presenza di alunni con bisogni educativi speciali, riprendendo il pensiero del Prof. Andrea Canevaro, esperto in temi di inclusione, possono essere come delle pietre, che affiorando dalla superficie dell’acqua, permetteranno a tutti di attraversare un ruscello senza bagnarsi i piedi».

Erica Lacerenza, Psicoterapeuta e Analista del Comportamento. Responsabile del Centro ABA lab della Cooperativa Sociale S.I.V.O.L.A. di Barletta

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News, Scuola

La tecnologia per una maggiore inclusione ai tempi della DaD

Andiamo alla scoperta dei migliori software gratuiti per l’insegnamento ai ragazzi con bisogni educativi speciali

Un video-incontro interessante quello con Erica Lacerenza, Psicoterapeuta e Analista del Comportamento, responsabile del Centro ABA lab della Cooperativa Sociale S.I.V.O.L.A. di Barletta. Ha dichiarato: “Lavorando nell’ambito dell’Autismo e della Neurodiversità ritengo i mediatori digitali fondamentali strumenti di inclusione.

Per questo sono parte essenziale nella pratica quotidiana del mio gruppo di lavoro, perché versatili e perché consentono la personalizzazione delle attività abilitative. Alcuni di questi supporti vengono approfonditi nell’articolo dalla Dott.ssa Pagliuca Ilaria con la quale, in occasione del video-incontro, abbiamo intrapreso una stimolante collaborazione”.

L’utilizzo delle tecnologie, di nuove metodologie, di software non è altro che la normalità per chi ogni giorno all’interno della scuola si prodiga per far sì che tutti ottengano un successo formativo.

Per chi si è specializzato nell’insegnamento ai ragazzi con Bisogni Educativi Speciali, insegnare attraverso le TIC, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (acronimo TIC o ICT dall’inglese Information and Communications Technology), non è altro che parte fondante della propria didattica (per la maggior parte è così).

D’altronde non bisogna mai dimenticarlo, le tecnologie sono sempre state occasione di inclusione, come sostengono con forza e convinzione gli studiosi che da anni si occupano di questa tematica.

A tal proposito il docente-formatore Ugo Avalle in “Dalla macchina di Skinner alle Lim, la tecnologia in aiuto delle disabilità” (La ricerca, Loescher, ottobre 2012) afferma: “…gli strumenti tecnologici possono favorire la comunicazione, l’autonomia e in genere l’integrazione sociale dei soggetti diversamente abili. La possibilità di compensare, con un ausilio tecnologico, le funzioni compromesse in questi soggetti, con l’intento di rinforzare l’autostima attraverso la facilitazione dell’apprendimento, riveste una notevole importanza educativo-didattica, oltre che psicologica sotto il profilo sia individuale sia sociale”.

E adesso che siamo a distanza, come si fa?

Fatte queste premesse è evidente che oggi, in questo momento storico, l’attenzione agli alunni con disabilità deve essere maggiore. La Didattica a Distanza (DaD) ha imposto a tutti una riorganizzazione delle prassi consolidate e una ridefinizione dei tempi, degli strumenti e delle metodologie. 

Per supportare dirigenti scolastici e insegnanti impegnati nella DaD, con particolare riferimento agli alunni con disabilità, il MIUR ha attivato un apposito canale telematico per L’inclusione via web, accessibile dalla sezione web dedicata alla Didattica a distanza, nata in seguito all’emergenza sanitaria del COVID-19.

All’interno del canale sono disponibili riferimenti normativi, condivisione di esperienze didattiche, link, webinar, materiali e contenuti utili per lezioni forniti da partner come Erickson e l’ITD-CNR (Istituto per le Tecnologie Didattiche del Consiglio Nazionale delle Ricerche).

In questo sforzo “inclusivo”, voglio dare il mio contributo segnalando alcune risorse e software online utili per supportare gli insegnanti, ma anche i genitori. Per alcuni di questi software l’installazione si presenta un tantino macchinosa: i collegamenti ipertestuali rinviano a pagine web dove trovare preziosi chiarimenti.

Software on line: alcuni suggerimenti

LeggiXme

Il primo software che presento è LeggiXme, un programma gratuito per Windows che permette, attraverso la sintesi vocale, di facilitare la lettura e la scrittura. L’AID (Associazione Italiana Dislessia) lo annovera tra gli strumenti compensativi validi per supportare lo studio in presenza di disturbi specifici dell’apprendimento.  

L’interfaccia semplice ed intuitiva integra al suo interno un editor di testo con immagini e sintetizzatore vocale (sarà necessario che sul PC sia già installata una sintesi vocale), un lettore pdf per libri digitali, una calcolatrice “parlante”.

Un vocabolario in varie lingue compreso italiano per la traduzione, una funzione per creare mappe (Mind Maple/CmapTools), schemi, riassunti e molto altro…

Del software sono disponibili anche la versione dedicata ai più piccoli (LeggiXme_Jr), con l’inserimento automatico delle immagini e un’interfaccia con comandi semplificati e icone più grandi, e la versione portable (LeggiXme_USB) per averlo sempre con sé a scuola o a casa, sia che si utilizzi un notebook, sia un computer fisso. 

AraWord

AraWord è un programma distribuito gratuitamente, sviluppato nell’ambito della collaborazione tra il dipartimento di Informatica e Sistemistica dell’Università di Saragozza ARASAAC (Dipartimento di Educazione, Cultura e Sport del Governo di Aragona).  Inserito all’interno delle suite di strumenti di CAA – Comunicazione Aumentativa e Alternativa – è un word processor che consente la scrittura simultanea di testo e pittogrammi, cioè figure, nonché l’uso di un sintetizzatore vocale per la lettura.

Tutto ciò facilita lo sviluppo di materiali e l’adattamento di testi per persone che hanno difficoltà nella comunicazione funzionale a causa di vari fattori (autismo, deficit cognitivo, afasia, ecc.).

Inoltre, il suo uso si è rivelato utile in ambiti inizialmente non previsti, come quello della letto-scrittura negli ultimi livelli di educazione della scuola dell’infanzia, in quanto il feedback immediato dato dalla scrittura di una parola e creazione del relativo pittogramma, aiuta l’acquisizione di questa abilità.

È disponibile una versione adattata anche per tablet e smartphone.

FacilitOffice

FacilitOffice è un software compensativo gratuito, un elaboratore di testo che consente l’inserimento automatico di immagini e la lettura sincronizzata tramite sintesi vocale. Si propone di rendere maggiormente accessibili agli studenti con disabilità cognitive, sensoriali, neuromotorie e difficoltà di apprendimento, i programmi per videoscrittura e presentazione più diffusi, utile per migliorare l’autonomia nel lavoro scolastico e rendere anche più efficace il lavoro dell’insegnante.

Per il funzionamento sono richiesti l’installazione di OpenOffice/LibreOffice e della sintesi vocale.

TeamViewer

Infine TeamViewer, una fondamentale risorsa di cui avvalersi con allievi non sufficientemente supportati nell’utilizzo del PC da casa, quindi permettendo di ovviare al problema “Prof, non sono capace, non riesco ad accedere a Classroom!”.

TeamViewer è un software (la cui versione base è gratuita) mediante il quale è possibile comandare un computer a distanza e che permette di cooperare in un rapporto 1:1 fra insegnante di sostegno e alunno (per il controllo da remoto è necessario che entrambi i computer abbiano installato questo software). La connessione può avvenire tra dispositivi qualsiasi ed è completamente sicura. Una volta installato sul PC, l’allievo fornisce all’altro utente (in questo caso l’insegnante) una combinazione di ID e password (dinamica) che gli consentiranno di prendere il controllo del sistema e comandarlo da remoto.

A collegamento avviato l’insegnante vedrà apparire a schermo il desktop dell’altro computer con la possibilità di controllarlo, muovendone il mouse al suo interno e digitando dalla tastiera.

Priorità qui, non è disquisire sull’innovazione, ma tentare dei suggerimenti per creare modalità di DaD innovativa e ovviare alla distanza fisica.

Per il resto, concordo con la riflessione di una cara collega, docente di sostegno: “Ciò che è venuto a mancare, sono proprio i rapporti relazionali diretti, assolutamente essenziali nella didattica del sostegno, necessità a cui nessun software potrà mai porre rimedio”.

TUTTO QUELLO CHE SERVE È ON LINE —————————————— Video tutorial per l’installazione di LeggiXmeLink da cui scaricare il manuale di AraWordVideo tutorial per l’installazione di FacilitOffice  
Ilaria Pagliuca, Pedagogista | Docente presso Scuola Primaria

Leggi qui altri articoli di Ilaria Pagliuca: https://www.e-makers.it/2020/03/27/coding-e-pensiero-computazionale-questi-quasi-conosciuti/

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Scuola

L’oscillazione del pendolo Scolastico, una riflessione sulla Scuola a distanza

Sabino Pastore, docente di storia e filosofia nel liceo scientifico “Riccardo Nuzzi” di Andria (BT), ha scritto una lettera aperta alla Scuola italiana sulla didattica a distanza, in una riflessione che coinvolge studenti, genitori e professori.

Noi di e-makers crediamo nella circolazione di idee, di stimoli, dei dibattiti. Perché è attraverso questi che si cresce e si costruisce la migliore civiltà del futuro condivisa. In questo periodo straordinario in cui il mondo ha subito un crollo, di certezze e anche di valori, servono più che mai riflessioni e spazi per confrontarsi. La scuola dovrà mutare forma e dovranno innovarsi i suoi strumenti e la sua didattica, così coinvolta e rimessa in discussione dal Coronavirus e dalle sfide della modernità. Sabino Pastore, un prof pugliese, sta vivendo la scuola a distanza sulla propria pelle e su quella dei suoi alunni, con difetti, criticità importanti, ma anche con grandi e inesplorate potenzialità e risorse, che contribuiscono oggi al discorso su una Scuola nuova, pronta a formare ancora i ragazzi di oggi al domani. La vogliamo condividere, pubblicandola, per alimentare una discussione, per offrire un’esperienza e altri punti di vista, per stimolare nuove idee e risposte. Per altre lettere, a cui vogliamo dar voce.

Che Scuola sarà?

«Sono confuso. Meglio: sono perplesso e confuso, e comprendo l’imbarazzo di molti dirigenti scolastici e di molti colleghi di fronte a quello che sta succedendo nella scuola in questo periodo. Quello che non riesco a capire è il senso, il fine, l’idea sottesa a tutto quello che ci viene detto; se c’è un’idea. Mi spiego: ormai quasi due mesi fa fu decisa la chiusura delle scuole come strumento (sacrosanto) per contenere la diffusione del virus che ha condizionato la nostra vita recente. Cerco di essere più preciso: fu decisa la sospensione delle attività didattiche, una formula tutta italiana, di evidente derivazione bizantina, che prevede che gli alunni (e i professori) non vadano a scuola, ma che la scuola resti aperta per quello che riguarda gli uffici amministrativi e dirigenziali. Per capirci, è quello che succede durante le vacanze natalizie o pasquali, quando gli uffici continuano ad osservare i soliti orari, ma non si fa lezione e i ragazzi (e i professori) restano a casa. Perfetto: allora siamo in vacanza! Assolutamente no, perché la Scuola (quella romana con la lettera maiuscola, non la singola scuola, il singolo istituto) si è affrettata a dirci che la scuola doveva continuare, che nulla cambiava, se non il fatto che i ragazzi (e i professori) restavano a casa e facevano lezione a distanza. Il tutto con l’inevitabile acronimo, DAD, Didattica A Distanza, e il giovane e fighissimo hashtag #lascuolanonsiferma.

Ok, perfetto, allora facciamo scuola.

Personalmente sono stato fortunato, perché la mia scuola ha mantenuto l’orario delle lezioni normale, sono piuttosto attrezzato tecnologicamente, avevo già avuto esperienze con la didattica via internet. Già dal giorno successivo i miei alunni hanno iniziato a fare lezione in diretta o con registrazioni fatte all’uopo, si sono ritrovati parte di una “classe virtuale” e hanno ricevuto gli strumenti di supporto per potersi preparare in filosofia e storia. Lo confesso: mi piace. Adoro il fatto di poter preparare e condurre le lezioni dal mio studio, con i miei libri e i miei appunti, senza dovermi preoccupare di trasferire tutto a scuola, dove non ho un ufficio o un’aula personale. In fondo faccio le stesse cose: spiego, ascolto gli alunni, parlo con loro, provo a passare loro quel poco che so e lo faccio senza dover guidare nel traffico, attendere che arrivi il momento di entrare in classe se c’è un’ora di buco, nutrirmi di taralli acquistati ai distributori automatici. Allora tutto bene; e invece no.

Dopo pochi giorni la Scuola (S maiuscola) si è premurata di farci riflettere sul fatto che gli alunni stavano comunque vivendo un momento stressante, sicuramente erano disorientati dalla impossibilità di uscire, di mantenere contatti fisici con i loro coetanei, magari vivevano in famiglia situazioni complicate con genitori che chiudevano attività commerciali o sperimentavano la chiusura dei luoghi di lavoro. La Scuola, che è un’agenzia educativa, da sempre attenta ai problemi psicologici e personali dei propri alunni, non poteva contribuire a opprimere ulteriormente questi poveri ragazzi con eccessivo studio e troppa attenzione ai risultati. Allora rallentiamo, rivediamo le programmazioni, riduciamo i programmi, non possiamo tenere i ragazzi per ore davanti a uno schermo (come se normalmente non lo facessero già…); ci sono quelli che non hanno la dotazione tecnologica per connettersi alle lezioni, ci sono le famiglie con più figli che devono condividere una sola scrivania. Spaventati da queste immagini dickensiane da ottocento industriale inglese, ci siamo riuniti (in videoconferenza) per capire cosa e dove ridurre, anche nel caso di programmi che, a fine febbraio, erano diligentemente stati condotti a buon punto.

Seconda fase, quindi: facciamo scuola ma mica tanto, solo un po’, giusto per dimostrare che #lascuolanonsiferma, ma senza esagerare. Diligenti e resilienti si continua, poco per volta, senza stressare troppo nessuno. Passano altri pochi giorni e la Scuola (S maiuscola) si preoccupa di farci sapere che, comunque, siamo un’istituzione, che abbiamo la stella della Repubblica sulla facciata, che rilasciamo agli studenti un titolo di studio con valore legale, che dobbiamo comunque rispettare le regole che la nostra condizione di tessera nel puzzle dello Stato ci impone. Se dobbiamo promuovere i nostri alunni, oppure (Dio ce ne scampi) bocciarli o “indebitarli”, possiamo farlo solo sulla scorta di valutazioni che siano assegnate dopo opportune verifiche e dopo aver messo in campo ogni strategia per il recupero di eventuali lacune. Allora dobbiamo interrogare? Si torna a fare scuola seriamente? Bello, ma allora devo spiegare i concetti e mettere i voti? Ok, è il mio lavoro, facciamolo.

Ma, purtroppo, il tempo passa e dopo pochi giorni l’iperattività della Scuola (S maiuscola) fa in modo che Essa senta il bisogno di comunicarci che le nostre valutazioni, in regime di DAD (orribile acronimo che la Scuola adora, fa postmoderno…), non è che possano essere proprio attendibili; Gioia e tripudio, l’epifania a Pasqua, la Scuola se n’è accorta dopo quaranta giorni. E allora? Beh, dovreste, o professori, concordare delle griglie che tengano conto della partecipazione, dell’interesse mostrato, della puntualità e della frequenza; in base a questi parametri esprimete pure un giudizio (da sufficiente a ottimo, perché l’insufficienza è per chi non viene proprio a scuola, ma gli alunni a casa ci sono, dunque…) e sulla base di quello andiamo avanti. E le conoscenze? Azzardo una brutta parola: le nozioni? Se non sanno nulla, ma sono puntuali, vanno consegnati al successivo anno scolastico? E quando l’emergenza e la scuola finiranno, cosa faranno questi ragazzi in un mondo che, invece, chiede sempre più conoscenza e specializzazione?

Questo accadde fino ad oggi, del doman non v’è certezza…

Esagero? Non lo so, penso solo che un’altra occasione ci sta scivolando tra le dita per l’incapacità della Scuola (S maiuscola) di affrontare i problemi con spirito innovativo, restando invece legata a schemi antichi in una situazione più che nuova.

La Scuola (sempre maiuscola) è ancorata all’idea che l’unico modo di insegnare sia quello un po’ paternalistico messo in campo finora, che tiene conto più della condizione psicologica e sociale che della reale conoscenza acquisita dagli alunni. Don Milani impera ancora in un mondo che non è più quello del miracolo economico e della divisione in classi, anzi: quelle idee, che regolano ancora il sottofondo ideologico della Scuola (maiuscola) hanno già ottenuto un risultato contrario, l’eterogenesi dei fini. Oggi una scuola siffatta non offre a tutti le stesse possibilità di crescita, ma livella al basso, facendo emergere solo chi, alla fine, può permettersi, pagando, le scuole migliori dopo il diploma o dopo la laurea. Resto confuso e perplesso».

Qui un’altra riflessione sulla scuola, a cura della docente e pedagogista Ilaria Pagliuca:

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News

Covid-19: in Giappone gli studenti si diplomano su Minecraft !

Giappone : studenti si diplomano su Minecraft, L’emergenza Coronavirus ha determinato anche in nel paese del Sole Levante dei cambiamenti molto importanti nelle abitudini sociali e scolastiche, grazie al coding.

In Giappone l’anno scolastico si conclude a marzo e prende il via ad aprile, con un calendario dunque profondamente diverso da quello adottato sul territorio italiano. Ma esattamente come nella nostra penisola, anche il Sol Levante ha reagito all’emergenza Coronavirus/COVID-19 con misure eccezionali, tra le quali figura anche la chiusura temporanea degli istituti scolastici. Di conseguenza, molti studenti giapponesi vedranno annullate, o posticipate, le celebrazioni legate alla fine di uno specifico percorso di studio. Tra le categorie coinvolte troviamo ovviamente anche i giovanissimi studenti dell’ultimo anno di scuola elementare.

Alcuni di questi hanno tuttavia trovato un’interessante strada alternativa per organizzare comunque la cerimonia di assegnazione della licenza di scuola elementare. Radunatisi su Minecraft, hanno infatti dato vita a festeggiamenti virtuali, trascorrendo la giornata a creare e programmare l’ambientazione adatta all’evento. Una soluzione creativa e originale contro le problematiche portate dal Coronavirus, resa possibile dagli strumenti digitali e soprattutto dall’alfabetizzazione digitale. Sarebbe stato possibile nelle scuole elementari italiane?

Altre notizie su Minecraft

Restando all’interno dei confini dell’universo a cubetti, le problematiche sanitarie attuali hanno determinato il posticipo del Minecraft Festival, ora atteso per il 2021. Infine va segnalata un’iniziativa promossa da Reporter Senza Frontiere: l’ONG ha infatti costruito una enorme biblioteca in Minecraft come simbolo di contrasto alla censura.

I vantaggi di Minecraft

Grazie alla facilità di personalizzazione e l’accesso in condivisione di risorse create dalla comunità’ di insegnanti, è possibile trovare spunti d’interesse e creare nuovi elementi formativi, spaziando dall’arte alla matematica, dalla promozione ed incentivazione della collaborazione tra i ragazzi. Gli alunni potranno raggiungere obiettivi comuni ottimizzando le poche risorse disponibili fino ad arrivare ad affrontare tematiche delicate come il cyberbullismo.

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"Coding
News

Coding e pensiero computazionale, questi (quasi) conosciuti!

Perché dobbiamo introdurre il coding a scuola? Come agisce il pensiero computazionale? Bisogna formare studenti e insegnanti al futuro. Parola alla pedagogista Ilaria Pagliuca.

Torino – Sono laureata in Scienze Pedagogiche, insegno in una scuola primaria di Torino e il coding è diventato la mia passione! Una passione iniziata tra i banchi universitari che non ha mai smesso di entusiasmarmi e che, da allora, mi adopero perché sia applicato a scuola in orario scolastico. Il motivo? Perché fin da subito ho avuto l’intuizione di trovarmi di fronte ad un’applicazione molto efficace di principi pedagogici e didattici, riconducibili sostanzialmente alla didattica attiva. 

La scienziata informatica Jeannette Wing, oggi direttrice del Data Science Institute presso la Columbia University, in un breve ma seminale articolo del 2006, individua il pensiero computazionale come “quarta abilità di base”, oltre a leggere, scrivere e far di conto. Abilità che dovrebbe essere insegnata a tutti fin dalla scuola primaria, perché la sua acquisizione può migliorare il nostro modo di pensare e costituire un potente strumento di crescita personale. E il coding risulta essere, almeno per il momento, un campo privilegiato per la sua applicazione, per il suo insegnamento e apprendimento.

Come agisce il pensiero computazionale

Scopriamo perché: un informatico mette in atto una serie di strategie di pensiero e di problem solving per risolvere un problema (computazionale): analizza i dati; lo scompone in problemi più semplici; astrae liberandosi di dettagli inutili; prova a generalizzare la soluzione per risolvere una classe di problemi; sceglie il modo migliore di rappresentare i dati necessari; immagina un algoritmo che sia efficiente e rispettoso dei requisiti; scrive il codice in modo che sia sintetico, leggibile ed eseguibile dal calcolatore; testa e raffina il codice scritto. Sa che è molto difficile scrivere un programma “perfetto” al primo colpo; piuttosto procede col risolvere una parte del problema dato, poi risolvendone un’altra parte fino ad avere la soluzione del problema complessivo.

E in queste fasi di soluzione parziale procede per miglioramenti successivi andando in cerca di errori e correggendoli. Questo approccio può essere molto utile in numerosi ambiti della vita, non solo con il calcolatore, per liberarsi, ad esempio, dal perfezionismo, che è associato da molti psicologi con l’infelicità, focalizzandosi sul quadro generale piuttosto che sui dettagli, accettando gli errori e il fallimento come strumenti necessari per ottenere dei risultati, o per mettersi alla prova con problemi sfidanti. 

Introdurre il coding a scuola

Si intuisce allora il valore che l’introduzione di tale pensiero può avere per la formazione degli individui nella società attuale fin dall’età scolare. Per cui, si rivela necessario ripensare e riprogettare l’insegnamento dell’Informatica a scuola: non più orientata al mero utilizzo di software educativi (che a volte ripropongono in chiave digitale una didattica tradizionale), o sull’uso di suite per ufficio, o sull’uso del computer come mezzo di fruizione di contenuti multimediali, ma ripensata come strumento per pensare e per imparare ad imparare

Per citare M. Resnick, sviluppatore di Scratch, quando siamo all’inizio del nostro percorso di apprendimento, imparare a leggere è il nostro obiettivo, ma poi, diventando fluenti, possiamo iniziare a leggere libri di geografia, storia, scienze, filosofia, eccetera. Stiamo allora “leggendo per imparare”. Con un processo del tutto analogo, si parte imparando a programmare, ma poi si programma per imparare. Un ragazzo che vuole realizzare un videogioco realistico con movimenti di oggetti nello spazio, dovrà prima o poi cimentarsi con gravità e leggi del moto. E potrà imparare queste cose perché, auspicabilmente, le ritiene necessarie per lui in quel momento; lo farà per prove ed errori, in modo attivo e costruttivo, ottenendo una comprensione profonda del problema e della sua soluzione, piuttosto che imparando a memoria una regola mnemonica scritta alla lavagna dall’insegnante. 

Perché “questi (quasi) conosciuti”?

Perché nonostante ci siano spinte sia dall’alto (vedi l’azione #17 prevista dal PNSD, presentato dal MIUR nel 2015, intitolata Portare il pensiero logico-computazionale a tutta la scuola primaria – un documento di indirizzo, che mette in campo azioni concrete da realizzare per portare a una vera innovazione digitale della scuola italiana) che dal basso (realtà di formazione extrascolastica quali i CoderDojo), il pensiero computazionale ed il coding faticano ancora ad inserirsi in maniera stabile nel curricolo scolastico, dei vari gradi scolastici o è persino lasciato alla buona volontà di qualche docente.

Eppure, la tecnologia è pervasivamente presente nel nostro mondo, lo smartphone è diventato un’estensione del nostro corpo, le lavagne sono diventate multimediali, automobili ed elettrodomestici espongono complesse interfacce computerizzate, eccetera. Paradossalmente, viviamo in una “società dell’informazione”, ma la consapevolezza e la conoscenza delle scienze e tecnologie informatiche, che ne permettono l’elaborazione, è ancora estremamente limitata.

Eppure, i compiti che la scuola ha sempre assolto e che anche oggi, in tempi di Mobile Revolution, dovrebbe assolvere sono quelli di trasmettere il patrimonio culturale e di formare per il futuro, trasferendo competenze di gestione della complessità e fornendo agli studenti le chiavi di accesso alla loro cultura. Così come a scuola si studiano italiano, scienze, storia, matematica, arte per capire il mondo che ci circonda, così dovrebbe essere per l’informatica: una scienza che ha così grande impatto sulla società. 

L’interpretazione di quali competenze siano utili e centrali al nostro tempo non può essere disconnessa dalla fase storica nella quale i nostri studenti crescono, ed è quindi in continua evoluzione, e le tecnologie digitali devono far parte dell’alfabetizzazione del nostro tempo, in quanto tra le principali competenze per una cittadinanza piena, attiva e formativa (la competenza digitale ritenuta “competenza chiave” nelle Raccomandazioni del Consiglio Europeo (2018/C 189/01).

Formare studenti e insegnanti al coding

Per cui occorre che le sviluppino tanto gli studenti che gli insegnanti. Per quanto riguarda i primi occorre superare l’equivoco secondo cui le generazioni che da qualche anno entrano nelle nostre scuole sono quelle dei “nativi digitali”, che non hanno bisogno di imparare ad usare (saggiamente) gli strumenti digitali, in quanto già capaci dalla nascita. Nulla di più fuorviante e immobilizzante per noi educatori/insegnanti: sebbene sia innegabile che i ragazzi siano abili ad utilizzare le nuove tecnologie (perché onnipresenti nel loro mondo e perché le interfacce sono sempre più facili e intuitive), ciò non significa che tale uso sia anche supportato da reali competenze.

È la ricerca che ce lo dice: usare in senso intuitivo, superficiale e sommario, e usare sfruttando appieno le possibilità dello strumento sono cose molto diverse. Deve essere compito della scuola far crescere la loro competenza nell’ambito della padronanza delle grammatiche interne a tali strumenti. 

Emergenza sanitaria

Ma come può essere in grado la scuola di assolvere tale compito se non tutti gli insegnanti paiono attrezzati in tal senso? L’emergenza sanitaria del Coronavirus che stiamo vivendo ha palesato l’immagine di un sistema scolastico italiano in affanno perché non riesce a rispondere in modo unitario ed efficace alle esigenze di una didattica moderna e globale. Docenti che tra mille difficoltà si sforzano per educare, fornire lezioni a distanza, magari anche senza mezzi, procedure condivise o accreditate e senza un adeguato e consolidato rapporto di interazione con le differenti realtà socio-familiari, possono indirettamente mettere in atto connotazioni educative poco incisive e discriminanti. 

Ragion per cui, emerge la necessità di allestire nuovi scenari per l’organizzazione scolastica. A questo riguardo, quello delle competenze degli insegnanti, la ricerca dovrebbe (e molti esperti sono già attivi in tal senso) prevedere due scenari diversi: da una parte, occorre assicurare la prima alfabetizzazione dei “resistenti” (i tradizionalisti ad oltranza, che si ostinano a non aver bisogno del computer) o dei “neofiti” (quelli che “ci provano”, ma che sono privi di qualsiasi benché minima competenza).

Vanno immaginate strategie di accompagnamento di coloro che nella vita di tutti i giorni sono già “digitali” (perché usano media e tecnologie) perché pensino a come usi e competenze del loro tempo libero possano diventare anche uno strumento professionale in classe.  

“Il problema vero della scuola, oggi, non è né di rincorrere il futuro e gli esempi stranieri di scuola nella speranza di assistere a un cambiamento, né di arroccarsi in difesa della Tradizione rifiutando il nuovo: ciò su cui occorre discutere è […] l’incapacità di sintonizzazione socio-culturale della scuola rispetto all’oggi. Non riuscire a fare questo significa, per la scuola, non riuscire più a svolgere la funzione che da sempre ha svolto e, di conseguenza, non potere aver futuro.” (P.C. Rivoltella, 2013)

Ilaria Pagliuca, Pedagogista | Docente presso Scuola Primaria

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