fbpx
"Erica
Scuola

Come il digitale può aiutare la didattica a distanza

Erica Lacerenza, Psicoterapeuta e Analista del Comportamento a Barletta, ha ragionato sulle sfide da non perdere per la scuola dopo l’esperienza della didattica a distanza

«La didattica a distanza a cui la scuola è stata in questo periodo indirizzata ha messo ancor di più in luce i limiti di una didattica non sempre all’altezza delle specificità, ma allo stesso tempo ha evidenziato l’importanza di strumenti digitali per favorire l’inclusione.

Spero che questo porti a maggiori riflessioni rispetto alla necessità di una maggiore formazione  degli insegnanti in questa direzione, non solo specificatamente tecnica ma anche concettuale.

Dobbiamo virare verso un nuovo modo di pensare e fare scuola. Non possiamo più permetterci di restare indietro. Il Covid 19, tra le altre cose, ci ha insegnato questo.

Una corretta consapevolezza della scuola stessa sulle potenzialità inclusive che gli strumenti digitali possono offrire agli studenti BES e, in particolare, agli alunni con disturbi specifici dell’apprendimento, garantirebbe le opportunità educative di cui lo stesso studente ha diritto, consentendogli di sviluppare tutte le proprie potenzialità in ambito scolastico e sociale.

Gli stessi strumenti digitali non devono essere appannaggio esclusivo dell’insegnante di sostegno ma anche delle insegnanti curriculari, entrando a pieno nella didattica.

I mediatori a cui è possibile ricorrere in presenza di alunni con bisogni educativi speciali, riprendendo il pensiero del Prof. Andrea Canevaro, esperto in temi di inclusione, possono essere come delle pietre, che affiorando dalla superficie dell’acqua, permetteranno a tutti di attraversare un ruscello senza bagnarsi i piedi».

Erica Lacerenza, Psicoterapeuta e Analista del Comportamento. Responsabile del Centro ABA lab della Cooperativa Sociale S.I.V.O.L.A. di Barletta

Leggi tutti gli altri articoli del blog: https://www.e-makers.it/blog/

""/
News, Scuola

La tecnologia per una maggiore inclusione ai tempi della DaD

Andiamo alla scoperta dei migliori software gratuiti per l’insegnamento ai ragazzi con bisogni educativi speciali

Un video-incontro interessante quello con Erica Lacerenza, Psicoterapeuta e Analista del Comportamento, responsabile del Centro ABA lab della Cooperativa Sociale S.I.V.O.L.A. di Barletta. Ha dichiarato: “Lavorando nell’ambito dell’Autismo e della Neurodiversità ritengo i mediatori digitali fondamentali strumenti di inclusione.

Per questo sono parte essenziale nella pratica quotidiana del mio gruppo di lavoro, perché versatili e perché consentono la personalizzazione delle attività abilitative. Alcuni di questi supporti vengono approfonditi nell’articolo dalla Dott.ssa Pagliuca Ilaria con la quale, in occasione del video-incontro, abbiamo intrapreso una stimolante collaborazione”.

L’utilizzo delle tecnologie, di nuove metodologie, di software non è altro che la normalità per chi ogni giorno all’interno della scuola si prodiga per far sì che tutti ottengano un successo formativo.

Per chi si è specializzato nell’insegnamento ai ragazzi con Bisogni Educativi Speciali, insegnare attraverso le TIC, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (acronimo TIC o ICT dall’inglese Information and Communications Technology), non è altro che parte fondante della propria didattica (per la maggior parte è così).

D’altronde non bisogna mai dimenticarlo, le tecnologie sono sempre state occasione di inclusione, come sostengono con forza e convinzione gli studiosi che da anni si occupano di questa tematica.

A tal proposito il docente-formatore Ugo Avalle in “Dalla macchina di Skinner alle Lim, la tecnologia in aiuto delle disabilità” (La ricerca, Loescher, ottobre 2012) afferma: “…gli strumenti tecnologici possono favorire la comunicazione, l’autonomia e in genere l’integrazione sociale dei soggetti diversamente abili. La possibilità di compensare, con un ausilio tecnologico, le funzioni compromesse in questi soggetti, con l’intento di rinforzare l’autostima attraverso la facilitazione dell’apprendimento, riveste una notevole importanza educativo-didattica, oltre che psicologica sotto il profilo sia individuale sia sociale”.

E adesso che siamo a distanza, come si fa?

Fatte queste premesse è evidente che oggi, in questo momento storico, l’attenzione agli alunni con disabilità deve essere maggiore. La Didattica a Distanza (DaD) ha imposto a tutti una riorganizzazione delle prassi consolidate e una ridefinizione dei tempi, degli strumenti e delle metodologie. 

Per supportare dirigenti scolastici e insegnanti impegnati nella DaD, con particolare riferimento agli alunni con disabilità, il MIUR ha attivato un apposito canale telematico per L’inclusione via web, accessibile dalla sezione web dedicata alla Didattica a distanza, nata in seguito all’emergenza sanitaria del COVID-19.

All’interno del canale sono disponibili riferimenti normativi, condivisione di esperienze didattiche, link, webinar, materiali e contenuti utili per lezioni forniti da partner come Erickson e l’ITD-CNR (Istituto per le Tecnologie Didattiche del Consiglio Nazionale delle Ricerche).

In questo sforzo “inclusivo”, voglio dare il mio contributo segnalando alcune risorse e software online utili per supportare gli insegnanti, ma anche i genitori. Per alcuni di questi software l’installazione si presenta un tantino macchinosa: i collegamenti ipertestuali rinviano a pagine web dove trovare preziosi chiarimenti.

Software on line: alcuni suggerimenti

LeggiXme

Il primo software che presento è LeggiXme, un programma gratuito per Windows che permette, attraverso la sintesi vocale, di facilitare la lettura e la scrittura. L’AID (Associazione Italiana Dislessia) lo annovera tra gli strumenti compensativi validi per supportare lo studio in presenza di disturbi specifici dell’apprendimento.  

L’interfaccia semplice ed intuitiva integra al suo interno un editor di testo con immagini e sintetizzatore vocale (sarà necessario che sul PC sia già installata una sintesi vocale), un lettore pdf per libri digitali, una calcolatrice “parlante”.

Un vocabolario in varie lingue compreso italiano per la traduzione, una funzione per creare mappe (Mind Maple/CmapTools), schemi, riassunti e molto altro…

Del software sono disponibili anche la versione dedicata ai più piccoli (LeggiXme_Jr), con l’inserimento automatico delle immagini e un’interfaccia con comandi semplificati e icone più grandi, e la versione portable (LeggiXme_USB) per averlo sempre con sé a scuola o a casa, sia che si utilizzi un notebook, sia un computer fisso. 

AraWord

AraWord è un programma distribuito gratuitamente, sviluppato nell’ambito della collaborazione tra il dipartimento di Informatica e Sistemistica dell’Università di Saragozza ARASAAC (Dipartimento di Educazione, Cultura e Sport del Governo di Aragona).  Inserito all’interno delle suite di strumenti di CAA – Comunicazione Aumentativa e Alternativa – è un word processor che consente la scrittura simultanea di testo e pittogrammi, cioè figure, nonché l’uso di un sintetizzatore vocale per la lettura.

Tutto ciò facilita lo sviluppo di materiali e l’adattamento di testi per persone che hanno difficoltà nella comunicazione funzionale a causa di vari fattori (autismo, deficit cognitivo, afasia, ecc.).

Inoltre, il suo uso si è rivelato utile in ambiti inizialmente non previsti, come quello della letto-scrittura negli ultimi livelli di educazione della scuola dell’infanzia, in quanto il feedback immediato dato dalla scrittura di una parola e creazione del relativo pittogramma, aiuta l’acquisizione di questa abilità.

È disponibile una versione adattata anche per tablet e smartphone.

FacilitOffice

FacilitOffice è un software compensativo gratuito, un elaboratore di testo che consente l’inserimento automatico di immagini e la lettura sincronizzata tramite sintesi vocale. Si propone di rendere maggiormente accessibili agli studenti con disabilità cognitive, sensoriali, neuromotorie e difficoltà di apprendimento, i programmi per videoscrittura e presentazione più diffusi, utile per migliorare l’autonomia nel lavoro scolastico e rendere anche più efficace il lavoro dell’insegnante.

Per il funzionamento sono richiesti l’installazione di OpenOffice/LibreOffice e della sintesi vocale.

TeamViewer

Infine TeamViewer, una fondamentale risorsa di cui avvalersi con allievi non sufficientemente supportati nell’utilizzo del PC da casa, quindi permettendo di ovviare al problema “Prof, non sono capace, non riesco ad accedere a Classroom!”.

TeamViewer è un software (la cui versione base è gratuita) mediante il quale è possibile comandare un computer a distanza e che permette di cooperare in un rapporto 1:1 fra insegnante di sostegno e alunno (per il controllo da remoto è necessario che entrambi i computer abbiano installato questo software). La connessione può avvenire tra dispositivi qualsiasi ed è completamente sicura. Una volta installato sul PC, l’allievo fornisce all’altro utente (in questo caso l’insegnante) una combinazione di ID e password (dinamica) che gli consentiranno di prendere il controllo del sistema e comandarlo da remoto.

A collegamento avviato l’insegnante vedrà apparire a schermo il desktop dell’altro computer con la possibilità di controllarlo, muovendone il mouse al suo interno e digitando dalla tastiera.

Priorità qui, non è disquisire sull’innovazione, ma tentare dei suggerimenti per creare modalità di DaD innovativa e ovviare alla distanza fisica.

Per il resto, concordo con la riflessione di una cara collega, docente di sostegno: “Ciò che è venuto a mancare, sono proprio i rapporti relazionali diretti, assolutamente essenziali nella didattica del sostegno, necessità a cui nessun software potrà mai porre rimedio”.

TUTTO QUELLO CHE SERVE È ON LINE —————————————— Video tutorial per l’installazione di LeggiXmeLink da cui scaricare il manuale di AraWordVideo tutorial per l’installazione di FacilitOffice  
Ilaria Pagliuca, Pedagogista | Docente presso Scuola Primaria

Leggi qui altri articoli di Ilaria Pagliuca: https://www.e-makers.it/2020/03/27/coding-e-pensiero-computazionale-questi-quasi-conosciuti/

"Un
News

Un terzo delle famiglie italiane non ha un pc o tablet

Secondo l’Istat oltre la metà dei ragazzi condivide i dispositivi con la famiglia. Peggio al Sud

Nell’Italia del post-lockdown da Coronavirus i bambini non hanno tutti la stessa chance di collegarsi a internet per le lezioni a distanza. Questa situazione la fotografa l’Istat: un terzo delle famiglie non ha un computer o un tablet in casa. Vuol dire migliaia di studenti senza un’alternativa a carta e penna per studiare.

Solo per il 22,2% delle famiglie ogni componente ha a disposizione un pc o tablet. Nel Mezzogiorno i dati sono più allarmanti: il 41,6% delle famiglie è senza computer in casa con Calabria e Sicilia in testa (rispettivamente 46% e 44,4%) rispetto a una media di circa il 30% nelle altre aree del Paese e solo il 14,1% ha a disposizione almeno un computer per ciascun componente. Lo spaccato contenuto nella ricerca “Spazi in casa e disponibilità di computer per bambini e ragazzi”, relativo agli anni 2018-2019, mette chiaramente in luce il digital divide che si vive all’interno delle case italiane.

Se a questo si aggiunge poi che quattro minori su dieci vivono in case sovraffollate, allora il quadro è ancora più grave. Una condizione che, se vista con gli occhi dell’emergenza sanitaria che al momento costringe tutti a casa e, per gli studenti, a seguire le lezioni a distanza, rischia di diventare drammatica.

Dai dati si evince inoltre che oltre il 60% di bambini e ragazzi condivide il pc o il tablet con la famiglia. Nelle regioni del Nord la proporzione di famiglie con almeno un computer in casa è maggiore. In particolare a Trento, Bolzano e in Lombardia oltre il 70% delle famiglie possiede un computer, e la quota supera il 70% anche nel Lazio. Rispetto alla dimensione del comune, la percentuale più alta di famiglie senza computer si osserva nei comuni di piccole dimensioni, la più bassa nelle aree metropolitane. Se si considerano le famiglie con minori, la quota di quante non hanno un computer scende al 14,3%.

Le competenze digitali

Meno di un ragazzo su tre presenta alte competenze digitali (il 30,2%, pari a circa 700 mila ragazzi), il 3% non ha alcuna competenza digitale mentre circa i due terzi presentano competenze digitali basse o di base. Le ragazze presentano complessivamente livelli leggermente più elevati di competenze digitali. Dal punto di vista territoriale è abbastanza evidente il gradiente Nord – Mezzogiorno, con le regioni del Nord-est che presentano i livelli più elevati su quasi tutte le competenze digitali.

Segui le altre notizie sulla tecnologia sul nostro blog: https://www.e-makers.it/blog/

"Massimo
News, Video Interviste

E-makers meets: parla il Fisico Massimo Temporelli

E-makers presenta il nuovo format di video-interviste a professionisti del mondo digital e dell’innovazione tecnologica: partiamo da Massimo Temporelli.

Fare rete, confrontarsi, imparare e conoscere gli altri, stupirsi e stimolarsi. Ecco perché nasce un nuovo format: “e-makers meets” non potevamo che iniziare con il botto! Con grande piacere abbiamo intervistato uno dei massimi esperti di Tecnologia e Innovazione del nostro paese, Massimo Temporelli!

Fisico, divulgatore scientifico, presidente e co-founder di “The FabLab”, dal 2013 dirige la collana scientifica Microscopi (Hoepli). Si occupa di antropologia e tecnologia, adora la società e l’evoluzione della specie.
Ha partecipato come speaker ai TEDx di Firenze e di Torino, possiamo seguirlo su Amazon TV con X-Makers, su Rai Scuola Memex (2016), su Rai Due Detto Fatto (2017) o su Rai Scuola ToolBox (2019). E possiamo anche ascoltarlo nel suo appassionato podcast F***ing Genius.
Per leggerlo ecco i suoi ultimi libri: Innovatori! (2016), 4 punto 0 (2017)e Leonardo Primo Designer (2019), tutti pubblicati da Hoepli.

In questo primo appuntamento con “e-makers meets” abbiamo discusso su vari temi tra cui rivoluzioni antropologiche e sociali, L’importanza della tecnologia per l’animale uomo, vera arma per “difendersi” ed evolversi in natura e come le nuove tecnologie vanno pari passo all’evoluzione di noi Homo Sapiens.

Si pone l’attenzione anche su un tema vicinissimo a Temporelli: la Stampa 3D, la conversione dell’artigianato tradizionale in quello digitale, conversione dell’atomo in byte.

C’è stato modo di poter discutere anche dei Fab Lab, del loro altissimo potenziale in ambito imprenditoriale, didattico e del fondamentale impatto in termini di ecosostenibilità. Della possibilità infinite dell’industria 4.0 che aumenta le possibilità di innovazione che emerge dall’incontro virtuoso di più forze, strettamente interconnesse. Non è sufficiente adottare un nuova tecnologia o sperimentare un nuovo modello di revenue per produrre innovazione. Occorre che le forze congiunte coesistano e concorrano a trasformare profondamente la struttura dei nuovi luoghi di lavoro.

La video-intervista

continua a seguirci sul nostro blog https://www.e-makers.it/blog/

""/
News

Coronavirus, a Singapore un cane robot per il distanziamento sociale

Si chiama Spot il cane robot usato nella lotta contro il coronavirus, per far rispettare il distanziamento sociale a Singapore. Questo è il futuro?

Singapore – Avanguardia a Singapore: un cane robot trasmette un messaggio registrato per ricordare alle persone di mantenere la distanza di sicurezza. Ma non solo: il suo sistema di videocamere servirà per scansione l’ambiente e calcolare il numero di persone che si radunano nei parchi. Le autorità locali spiegano che i video non verranno usati per il riconoscimento di singoli individui e che non saranno raccolti dati personali. La sperimentazione si svolgeranno in un parco cittadino durante gli orari non di punta e poi si valuta se utilizzare i robot in altre aeree.

Il robot non abbaia, ma dal suo corpo metallico che avanza sferragliando, ripete (con voce femminile) le regole del lockdown per il bene di tutti. Perché anche Singapore, elogiata durante l’emergenza, invidiata e presa a modello per la sua capacità di contenere la diffusione del coronavirus, ha dovuto adottare misure di lockdown che dureranno fino all’1 giugno.

Pochi giorni fa, la Government Technology Agency (GovTech) ha reso note le generalità di un robot che si aggira nel parco Bishan-Ang Mo Kio. Si tratta di Spot, dalle sembianze di un cane, capace di orientarsi perfettamente e ricordare, tramite un messaggio vocale, quanto sia importante mantenere le distanze di sicurezza. In prova da due settimane, questa versione di Spot è stata programmata per fronteggiare l’emergenza Covid-19.

Le caratteristiche di Spot

Ovviamente Spot, prodotto dalla Boston Dynamics, sa fare molto di più: oltre a ripetere dei messaggi vocali, il robot dispone di numerosi sensori e videocamere che permettono di inquadrare l’ambiente e fare delle stime sul numero di persone presenti in un determinato luogo, segnalando alla polizia eventuali assembramenti.

E se tutto ciò potrebbe creare un problema di privacy, il National Parks Board (NParks) di Singapore afferma che non saranno raccolti dati né saranno utilizzate le immagini per identificare le persone. Le modalità d’impiego del robot sono esplicitate nei cartelli alloggiati agli ingressi del parco. Tra le varie informazioni si richiede ai frequentatori dell’area verde di non disturbare Spot durante il suo lavoro. La scelta hi-tech potrebbe a breve sostituire gli addetti al pattugliamento dei parchi, con la conseguenza di “ridurre il rischio di esposizione al virus”. Per questo l’amministrazione locale sta valutando la possibilità di ampliare il progetto agli altri parchi di Singapore.

E noi lo vedremo mai in Italia? A Parco Sempione come a Villa Pamphili…

Per altre notizie leggi i nostri articoli sul blog: https://www.e-makers.it/blog/

""/
News

1 Maggio: Festa degli Smart worker!

Festeggiamo una Festa del Lavoro anomala, in un momento in cui la maggior parte dei lavoratori italiani è in quarantena a casa. Una festa che potremmo dedicare alla forma di lavoro del momento, con l’intervista alla consulente aziendale Debora De Nuzzo

Buona Festa dei Lavoratori, di quelli in cassa integrazione, di quelli che il lavoro lo hanno perso o non l’hanno trovato, di quelli che hanno continuato a lavorare, di quelli che lo hanno fatto da casa in smart working, a causa del Coronavirus. Proprio lo smart working, vecchia e nuova pratica di lavoro, ha permesso al sistema Italia di mantenere la sua produttività e a molti lavoratori e aziende di proseguire le loro attività. Dando speranza e dignità. Perché il lavoro è questo: speranza, libertà, dignità. Quando c’è.

Debora De Nuzzo, consulente, progettista e formatrice aziendale, aiuta imprenditori, manager, lavoratori a migliorare loro stessi, i loro team e di conseguenza le performance e la produttività aziendale. Da Milano ha risposto alle nostre domande sullo smart working, analizzando la situazione italiana.

L’intervista

Introduciamo lo smart working, dove e quando nasce? E in Italia?

Lo smartworking è figlio del proprio tempo: nasce con l’evoluzione tecnologica e l’avvento della rete wifi. Dal momento in cui ci si è potuti connettere da ogni parte del mondo, le distanze si sono improvvisamente accorciate; le aziende hanno potuto pensare sistemi e modalità di lavoro più flessibili e innovative e le persone hanno potuto dedicarsi in maniera diversa sia al loro lavoro che al resto della loro vita.
Una vera rivoluzione arrivata ufficialmente da noi in Italia con una Legge specifica (Legge 81/2017) nel 2017.
Dico ufficialmente perché già prima di quella data diverse realtà aziendali si erano approcciate allo smartworking come pura necessità per lavorare meglio ed essere all’avanguardia sul mercato. Spero sia ormai risaputo che il successo del business passa anche attraverso il benessere delle persone che ci lavorano. E queste realtà sono state appunto pioniere in questo.
Poi dal 2017 si è rilevata la vera impennata dello smartworking nel nostro paese, come se avessimo avuto bisogno di una legge che regolamentasse e tutelasse lavoratori e aziende, per giustificare il nostro bisogno di lavorare in maniera differente dal solito.
Via via, fortunatamente, ci si è accorti che smartworking non voleva dire soltanto lavorare per qualche giorno al mese o alla settimana fuori dall’azienda, bensì iniziava a significare cambiamento organizzativo e culturale di intere organizzazioni a partire da una nuova visione aziendale fino a ricadere positivamente sui comportamenti più responsabili dei lavoratori e sugli stili di leadership di management e middlemanagement.
Da qui l’importanza della formazione di tutte queste figure al lavoro agile.
Per cui direi che in Italia, lo smartworking ha avuto una crescita graduale e sempre più profonda nei contenuti, fino a prima dell’emergenza Coronavirus.
Dico questo perché oggi, lo smartworking, nella situazione che stiamo vivendo, ha visto da un lato un’accelerazione pazzesca nel numero di persone che sono passate da un officeworking ad un homeworking che nella normalità avremmo forse visto tra 10 anni; dall’altro lato però chi è esperto di smartworking sa che quello che stiamo facendo in tanti, lavorando da casa, non è il vero smartworking. Abbiamo semplicemente portato a casa il computer o un telefono. La normativa ha permesso alle aziende di velocizzare questo processo snellendo le procedure burocratiche e i lavoratori stanno improvvisandosi homeworkers (anche se dicono di essere in smartworking), spesso senza essere stati educati e formati a questo modo di lavorare.
Passata l’emergenza si dovrà lavorare molto a diffondere, attraverso la formazione e le informative aziendali, il giusto approccio al lavoro agile: quello veramente in grado di incidere sulla produttività, sulla cultura aziendale del cambiamento e sul benessere delle persone. Non il come fare una call mentre i tuoi figli prendono d’assalto casa o partecipare a un webinar anziché entrare in una sala riunioni.

Il benessere dei lavoratori e il successo del business delle aziende come si concilia? Con lo smart working?

Partiamo dal fatto che lo smartworking, quello vero, permette alle persone di auto organizzarsi nel dove e quando lavorare, con più o meno libertà concordate con l’azienda.
Questo le porta da un lato a vivere il lavoro in maniera differente: più autonoma, più coinvolgente, più responsabile e dall’altro avere maggiori possibilità di vivere serenamente alcuni impegni o momenti quotidiani extralavorativi (casa, famiglia, ecc).
Si tratta di persone più serene nel gestire il loro work-life balance e lavoratori più impegnati su obiettivi precisi senza nessuna forma di controllo fisica diretta non necessaria (il capo che mi guarda e controlla in ufficio). In questi termini il successo del business si verifica su più fronti.
Prima di tutto nel fatto che persone più serene e appagate dal proprio lavoro, lavorano meglio, sono meno distratte e spesso lavorano anche di più fronteggiando in maniera più adeguata i momenti di stress.
Secondo aspetto, la responsabilizzazione dei lavorativi, che è elemento immancabile nello smartworking. Permette un alto coinvolgimento delle persone negli obiettivi aziendali e quindi una forte spinta nel raggiungerli sentendoli maggiormente propri.
Altro elemento che favorisce il successo del business, grazie allo smartworking, è dato da numeri oggettivi come il minor tasso di assenteismo, turnover, malattie da stress lavoro correlato.
Non dimentichiamo poi il successo che deriva da una buona immagine aziendale, interna ed esterna, che spesso viene diffusa dagli stessi lavoratori.
Tutti questi elementi di forza si riversano inevitabilmente sui successi economici delle aziende. Successi che potranno permettere nuovi e continui investimenti sulla produttività e sul benessere delle persone. Non dimentichiamo che lo smartworking è solo uno dei diversi strumenti e modi con cui promuovere il wellbeing in azienda.

Stiamo conoscendo i benefici dello smart working, ma chi favorisce: i
dipendenti o le aziende? Ci sono lati oscuri in questa pratica lavorativa che ancora non conosciamo?

Lo smartworking non favorisce, ma fa bene a tutti, lavoratori e aziende. Anzi fa bene anche all’ambiente. Permette un rapporto win win. Se qualcuno dovesse perdere, è perché non ha rispettato le regole del “gioco”.
I lati oscuri possono essere visibili in quelle realtà che adottano lo smartworking in maniera inadeguata come se fosse la moda del momento.
Adottare un piano di smartworking significa approcciare un cambiamento culturale e organizzativo profondo del modo di lavorare e va sviluppato in azienda attraverso un accompagnamento graduale di tutti i soggetti coinvolti.
Nessun progetto di successo è mai stato calato dall’alto sulle persone. Queste vanno coinvolte nei processi di cambiamento e devono sentirsi parte degli obiettivi per essere impegnate e partecipative.
Non si può pensare di avviare un buon progetto di smartworking, ad esempio, se non formo le persone a come prevenire gli eventuali rischi fuori dai locali aziendali o se non insegno loro come gestire il lavoro fuori sede; se non formo i manager a coordinare le attività da remoto e organizzare il lavoro per obiettivi e tanti altri elementi importanti e necessari.
Essenziale è innanzitutto la trasparenza nel motivare il perché della scelta di adottare modalità di lavoro agili. Se già questo, in partenza, non è chiaro, probabilmente lo smartworking non è ancora la modalità di lavoro ideale per quella realtà organizzativa.

Cosa possono fare lo Stato e le aziende per facilitare i lavoratori nello smartworking? Penso alle difficoltà riguardo le competenze e gli strumenti che anche i miei genitori hanno trovato per lavorare da casa

Formazione e supporto umano. Fornire tanta formazione alle persone per farle padroneggiare strumenti e modalità di lavoro. In questo momento ad esempio, credo che sarebbe stato utile innanzitutto spiegare meglio alle persone il vero significato dello smartworking dicendo loro che questa è una fase di improvvisazione necessaria ed emergenziale.
Parallelamente fornire momenti di formazione pratica in grado di dare risposte a reali difficoltà o a dubbi che possono cogliere di sorpresa le persone e rallentare così il lavoro e la produttività. Dubbi e mancanza di conoscenze su come fare o non fare delle attività lavorative o usare determinati strumenti possono far cadere i lavoratori in situazioni di incertezza, inadeguatezza e di conseguenza di stress non ben gestito.
Per questo, laddove non ci sia stato il tempo e il modo di preparare dei percorsi formativi mirati e strutturati per tutti, penserei al supporto umano diretto: una sorta di call center, sportello informativo virtuale aziendale a cui ogni lavoratore può rivolgersi per approfondire o avere chiarimenti e risposte a eventuali incertezze operative.

Competenze digitali e smart working sono alleate, ma in un paese come il nostro in cui la scuola manca di un vero insegnamento digitale come vede il futuro dello smart working e della tecnologia applicata al lavoro?

L’italiano è bravo ad applicarsi in emergenza per cui credo che quanto più questo periodo durerà, tanto più le nostre competenze digitali dovranno crescere.
Qualcuno oggi è ancora nella fase in cui pensa, sperando che presto tutto tornerà alla normalità, che non avrà bisogno di acquisire nuovi strumenti e nuove conoscenze. Ma la consapevolezza supererà la pigrizia e tutti ci muoveremo e ci attiveremo per rispondere a nuovi bisogni e necessità, come del resto abbiamo fatto già in altre esperienze con l’uso dei diversi dispositivi tecnologici per comunicare in tutti i contesti, o le piattaforme di corsi on line per formarci ecc.
Sono fiduciosa nel futuro dello smartworking: impareremo a conoscerlo sempre meglio e per il suo vero significato. Se pensiamo che fino a due mesi fa molti ancora non conoscevano il termine smartworking e oggi è una delle parole più ricercate su google, oltre ad essere tra gli argomenti più trattati non solo nel mondo del lavoro e delle organizzazioni. Non lo avremmo mai detto!
La tecnologia applicata al lavoro e all’insegnamento, se pensiamo anche alle scuole, sarà inevitabile, senza possibilità di scelta; non possiamo tornare indietro. Non possono permetterselo né le aziende, né il sistema scolastico. Anzi credo che in futuro la tecnologia sarà proprio il collante tra scuola e lavoro. L’insegnamento digitale scolastico potrebbe avere il suo seguito nella formazione ricevuta in azienda.
Probabilmente l’evoluzione sarà più rapida in alcuni contesti anziché altri, ma stiamo già dando prova di non volerci fermare.
Le emergenze fanno sentire inadeguati perché ci allontanano dalla nostra area di confort e dalla nostra routine, è ovvio, ma è dall’inadeguatezza che nascono i bisogni e di conseguenza le nuove soluzioni.

Con il tuo studio di consulenza siete un riferimento per la formazione agli smartworkers e loro dirigenti. Come si forma alla smart working?

Il mio studio si occupa di consulenza e formazione per il benessere a lavoro e tra i vari temi che trattiamo, lo smartworking rientra negli strumenti di diffusione di benessere organizzativo.
Già da prima della Legge sullo smartworking ci occupavamo di spiegare alle aziende come stavano evolvendo i modi di lavorare. All’epoca la legge era solo un disegno di legge. Dal 2017 abbiamo formalizzato la nostra formazione in tema di smartworking formando lavoratori e dirigenti di diverse aziende.
Premesso che il nostro modo di fare formazione è personalizzato sul cliente, proponiamo una formazione sullo smartworking che diffonda conoscenze di natura tecnico-normativa, organizzativa del lavoro che cambia e di salute e benessere per il lavoratore agile.
Per quanto riguarda la parte tecnico-normativa, presentiamo la legge sullo smartworking, la Policy, gli accordi e i regolamenti aziendali che le persone sono chiamate a firmare. In questo si dimostra totale trasparenza e chiarezza da parte delle aziende verso i propri collaboratori.
Nel modulo organizzativo rientra la formazione inerente gli strumenti tecnologici; organizzare il lavoro da remoto; come lavorare per obiettivi; comunicare in maniera efficace a distanza; come coordinare i collaboratori; come delegare attività da remoto.
La parte salute e benessere forma a: come scegliere luoghi di lavoro adeguati, sani e sicuri anche da un punto di vista della normativa sulla salute e sicurezza; gestire il proprio tempo; come prevenire stress, fatica mentale, distrazioni e comportamenti inadeguati; come prendersi cura di sé nelle giornate di lavoro agile e non solo: posture, alimentazione, pause, diritto alla disconnessione.
Cerchiamo attraverso una formazione al lavoro più agile di formare lavoratori e manager a stili di vita e di lavoro più sani. Anche questa è un’opportunità che ci offre lo smartworking.

Cos’è il Lavoro possibile? Tema del tuo primo libro del 2015

Il lavoro possibile è il mio primo libro uscito nel 2015 in cui cerco di spiegare come, a mio avviso, è possibile creare ambienti di lavoro sani e sicuri in cui le persone possano sentirsi bene, appagate e felici.
Filo conduttore di tutto il libro è che il benessere delle persone e il successo e i profitti aziendali possono essere in perfetto equilibrio. Quello che propongo è un metodo progettuale degli spazi di lavoro e organizzativo di persone e attività per raggiungere appunto tale risultato. Oltre alla presentazione del metodo, all’interno del libro sono presenti 9 casi studi di aziende che a mio avviso erano (già nel 2015) sulla buon strada per creare ambienti di lavoro esemplari, da cui trarne aneddoti e farli diventare buone prassi.
Ci sono voluti un paio d’anni di scrittura e tanti incontri piacevoli di imprenditori e lavoratori dai quali ho imparato molto, oltre a diversi viaggi in giro per l’Italia.

Infine leviamoci un dubbio amletico: telelavoro e smart working sono la stessa cosa?

No, non sono la stessa cosa. Sia per come sono normate queste due modalità di lavoro, sia per come si organizzano.
In poche parole, il telelavoro esiste già da parecchi anni e prevede fondamentalmente che il lavoratore operi esclusivamente dal suo domicilio, domicilio che deve essere comunicato al datore di lavoro. Gli orari di lavoro sono vincolati agli orari previsti dal contratto.
Lo smartworking è una modalità di lavoro innovativa che permette all’operatore di scegliere il suo luogo di lavoro ideale, senza doverlo comunicare all’azienda e senza che sia necessariamente casa sua. Il lavoro in smartworking è possibile solo attraverso l’uso di strumenti tecnologici e si caratterizza per forte flessibilità, in modo particolare di orari e appunto luoghi. In smartworking viene lasciata al lavoratore ampia libertà di auto organizzarsi a patto che porti a termine gli obiettivi concordati entro le scadenze previste.

Leggi ancora sullo Smart working gli 8 consigli per lavorare e vivere bene a casa:

Per tutti gli altri articoli leggi il nostro blog: https://www.e-makers.it/blog/

""/
Scuola

L’oscillazione del pendolo Scolastico, una riflessione sulla Scuola a distanza

Sabino Pastore, docente di storia e filosofia nel liceo scientifico “Riccardo Nuzzi” di Andria (BT), ha scritto una lettera aperta alla Scuola italiana sulla didattica a distanza, in una riflessione che coinvolge studenti, genitori e professori.

Noi di e-makers crediamo nella circolazione di idee, di stimoli, dei dibattiti. Perché è attraverso questi che si cresce e si costruisce la migliore civiltà del futuro condivisa. In questo periodo straordinario in cui il mondo ha subito un crollo, di certezze e anche di valori, servono più che mai riflessioni e spazi per confrontarsi. La scuola dovrà mutare forma e dovranno innovarsi i suoi strumenti e la sua didattica, così coinvolta e rimessa in discussione dal Coronavirus e dalle sfide della modernità. Sabino Pastore, un prof pugliese, sta vivendo la scuola a distanza sulla propria pelle e su quella dei suoi alunni, con difetti, criticità importanti, ma anche con grandi e inesplorate potenzialità e risorse, che contribuiscono oggi al discorso su una Scuola nuova, pronta a formare ancora i ragazzi di oggi al domani. La vogliamo condividere, pubblicandola, per alimentare una discussione, per offrire un’esperienza e altri punti di vista, per stimolare nuove idee e risposte. Per altre lettere, a cui vogliamo dar voce.

Che Scuola sarà?

«Sono confuso. Meglio: sono perplesso e confuso, e comprendo l’imbarazzo di molti dirigenti scolastici e di molti colleghi di fronte a quello che sta succedendo nella scuola in questo periodo. Quello che non riesco a capire è il senso, il fine, l’idea sottesa a tutto quello che ci viene detto; se c’è un’idea. Mi spiego: ormai quasi due mesi fa fu decisa la chiusura delle scuole come strumento (sacrosanto) per contenere la diffusione del virus che ha condizionato la nostra vita recente. Cerco di essere più preciso: fu decisa la sospensione delle attività didattiche, una formula tutta italiana, di evidente derivazione bizantina, che prevede che gli alunni (e i professori) non vadano a scuola, ma che la scuola resti aperta per quello che riguarda gli uffici amministrativi e dirigenziali. Per capirci, è quello che succede durante le vacanze natalizie o pasquali, quando gli uffici continuano ad osservare i soliti orari, ma non si fa lezione e i ragazzi (e i professori) restano a casa. Perfetto: allora siamo in vacanza! Assolutamente no, perché la Scuola (quella romana con la lettera maiuscola, non la singola scuola, il singolo istituto) si è affrettata a dirci che la scuola doveva continuare, che nulla cambiava, se non il fatto che i ragazzi (e i professori) restavano a casa e facevano lezione a distanza. Il tutto con l’inevitabile acronimo, DAD, Didattica A Distanza, e il giovane e fighissimo hashtag #lascuolanonsiferma.

Ok, perfetto, allora facciamo scuola.

Personalmente sono stato fortunato, perché la mia scuola ha mantenuto l’orario delle lezioni normale, sono piuttosto attrezzato tecnologicamente, avevo già avuto esperienze con la didattica via internet. Già dal giorno successivo i miei alunni hanno iniziato a fare lezione in diretta o con registrazioni fatte all’uopo, si sono ritrovati parte di una “classe virtuale” e hanno ricevuto gli strumenti di supporto per potersi preparare in filosofia e storia. Lo confesso: mi piace. Adoro il fatto di poter preparare e condurre le lezioni dal mio studio, con i miei libri e i miei appunti, senza dovermi preoccupare di trasferire tutto a scuola, dove non ho un ufficio o un’aula personale. In fondo faccio le stesse cose: spiego, ascolto gli alunni, parlo con loro, provo a passare loro quel poco che so e lo faccio senza dover guidare nel traffico, attendere che arrivi il momento di entrare in classe se c’è un’ora di buco, nutrirmi di taralli acquistati ai distributori automatici. Allora tutto bene; e invece no.

Dopo pochi giorni la Scuola (S maiuscola) si è premurata di farci riflettere sul fatto che gli alunni stavano comunque vivendo un momento stressante, sicuramente erano disorientati dalla impossibilità di uscire, di mantenere contatti fisici con i loro coetanei, magari vivevano in famiglia situazioni complicate con genitori che chiudevano attività commerciali o sperimentavano la chiusura dei luoghi di lavoro. La Scuola, che è un’agenzia educativa, da sempre attenta ai problemi psicologici e personali dei propri alunni, non poteva contribuire a opprimere ulteriormente questi poveri ragazzi con eccessivo studio e troppa attenzione ai risultati. Allora rallentiamo, rivediamo le programmazioni, riduciamo i programmi, non possiamo tenere i ragazzi per ore davanti a uno schermo (come se normalmente non lo facessero già…); ci sono quelli che non hanno la dotazione tecnologica per connettersi alle lezioni, ci sono le famiglie con più figli che devono condividere una sola scrivania. Spaventati da queste immagini dickensiane da ottocento industriale inglese, ci siamo riuniti (in videoconferenza) per capire cosa e dove ridurre, anche nel caso di programmi che, a fine febbraio, erano diligentemente stati condotti a buon punto.

Seconda fase, quindi: facciamo scuola ma mica tanto, solo un po’, giusto per dimostrare che #lascuolanonsiferma, ma senza esagerare. Diligenti e resilienti si continua, poco per volta, senza stressare troppo nessuno. Passano altri pochi giorni e la Scuola (S maiuscola) si preoccupa di farci sapere che, comunque, siamo un’istituzione, che abbiamo la stella della Repubblica sulla facciata, che rilasciamo agli studenti un titolo di studio con valore legale, che dobbiamo comunque rispettare le regole che la nostra condizione di tessera nel puzzle dello Stato ci impone. Se dobbiamo promuovere i nostri alunni, oppure (Dio ce ne scampi) bocciarli o “indebitarli”, possiamo farlo solo sulla scorta di valutazioni che siano assegnate dopo opportune verifiche e dopo aver messo in campo ogni strategia per il recupero di eventuali lacune. Allora dobbiamo interrogare? Si torna a fare scuola seriamente? Bello, ma allora devo spiegare i concetti e mettere i voti? Ok, è il mio lavoro, facciamolo.

Ma, purtroppo, il tempo passa e dopo pochi giorni l’iperattività della Scuola (S maiuscola) fa in modo che Essa senta il bisogno di comunicarci che le nostre valutazioni, in regime di DAD (orribile acronimo che la Scuola adora, fa postmoderno…), non è che possano essere proprio attendibili; Gioia e tripudio, l’epifania a Pasqua, la Scuola se n’è accorta dopo quaranta giorni. E allora? Beh, dovreste, o professori, concordare delle griglie che tengano conto della partecipazione, dell’interesse mostrato, della puntualità e della frequenza; in base a questi parametri esprimete pure un giudizio (da sufficiente a ottimo, perché l’insufficienza è per chi non viene proprio a scuola, ma gli alunni a casa ci sono, dunque…) e sulla base di quello andiamo avanti. E le conoscenze? Azzardo una brutta parola: le nozioni? Se non sanno nulla, ma sono puntuali, vanno consegnati al successivo anno scolastico? E quando l’emergenza e la scuola finiranno, cosa faranno questi ragazzi in un mondo che, invece, chiede sempre più conoscenza e specializzazione?

Questo accadde fino ad oggi, del doman non v’è certezza…

Esagero? Non lo so, penso solo che un’altra occasione ci sta scivolando tra le dita per l’incapacità della Scuola (S maiuscola) di affrontare i problemi con spirito innovativo, restando invece legata a schemi antichi in una situazione più che nuova.

La Scuola (sempre maiuscola) è ancorata all’idea che l’unico modo di insegnare sia quello un po’ paternalistico messo in campo finora, che tiene conto più della condizione psicologica e sociale che della reale conoscenza acquisita dagli alunni. Don Milani impera ancora in un mondo che non è più quello del miracolo economico e della divisione in classi, anzi: quelle idee, che regolano ancora il sottofondo ideologico della Scuola (maiuscola) hanno già ottenuto un risultato contrario, l’eterogenesi dei fini. Oggi una scuola siffatta non offre a tutti le stesse possibilità di crescita, ma livella al basso, facendo emergere solo chi, alla fine, può permettersi, pagando, le scuole migliori dopo il diploma o dopo la laurea. Resto confuso e perplesso».

Qui un’altra riflessione sulla scuola, a cura della docente e pedagogista Ilaria Pagliuca:

Continua a leggere il nostro blog : https://www.e-makers.it/blog/
""/
News

Coronavirus: makers stampano valvole respiratorie per l’ospedale di Chiari

La comunità dei creativi digitali, amanti della tecnologia fai-da-te, accorre per aiutare a produrre le valvole respiratorie andate esaurite a Chiari

Salvare vite umane con una stampante 3D. Con l’uso della tecnologia, due bresciani, Cristian Fracassi e Massimo Temporelli, con l’aiuto di molti altri, hanno prodotto gratuitamente le valvole di respirazione andate esaurite all’ospedale di Chiari, in provincia di Brescia.

Raccontata dal Giornale di Brescia, la notizia ha fatto il giro del mondo, grazie anche agli articoli pubblicati da testate come Bbc e New York Times. Il ministro dell’Innovazione Paola Pisano su Twitter ha fatto i complimenti ai due imprenditori, per un gesto umano straordinario, unito ad una grande consapevolezza imprenditoriale e tecnologica.

Il quotidiano bresciano ha raccontato che è stato Massimo Temporelli, fisico, imprenditore e divulgatore scientifico ad attivare “la rete dei makers dei FabLab”, cercando di stampare quel pezzo 3D in loco. Hanno prodotto le valvole molto velocemente, anche se bypassando alcune procedure come la certificazione e il marchio Ce. Temporelli, responsabile del The Fab Lab, ha spiegato che «in questo momento di emergenza non ci sono alternative. Si sono rotte delle regole, come la proprietà intellettuale, che dal punto di vista scientifico, industriale e legislativo in un periodo normale sono sacrosante. Ora però queste regole passano in secondo piano perché prioritario è salvare vite».

Makers in prima linea

La ‘rete dei makers’ (c’è chi li chiama artigiani digitali) ancora una volta si dimostra determinante come leva della collaborazione tra gli appassionati di tecnologia fai-da-te, con in comune la passione di mettere in pratica i loro progetti.

A fare la differenza e ad aumentare il numero dei membri della community è stato l’arrivo della scheda Arduino, prodotta ad Ivrea, più facile e meno costosa per costruire prototipi, comprese le stampanti 3D. 

Massimo Banzi, co-fondatore di Arduino e ritenuto il “papà dei maker”, in questi giorni di permanenza obbligatoria a casa, ha chiamato a raccolta gli appassionati per il primo “#BarArduino“, evento in streaming su Youtube con la partecipazione di celebrità tra i creativi digitali e la presentazione di progetti di giovani maker. La prima puntata registrata di #BarArduino è disponibile sul canale YouTube di Arduino.

Fonti : Rai news e Giornale di Brescia.

Scopri di più sul nostro blog : https://www.e-makers.it/blog/

Privacy Settings
We use cookies to enhance your experience while using our website. If you are using our Services via a browser you can restrict, block or remove cookies through your web browser settings. We also use content and scripts from third parties that may use tracking technologies. You can selectively provide your consent below to allow such third party embeds. For complete information about the cookies we use, data we collect and how we process them, please check our Privacy Policy
Youtube
Consent to display content from Youtube
Vimeo
Consent to display content from Vimeo
Google Maps
Consent to display content from Google
Spotify
Consent to display content from Spotify
Sound Cloud
Consent to display content from Sound